Raja era solo un bambino quando ha conosciuto la violenza.
Rio Saliceto è un piccolo comune emiliano dove Malik e Samina, immigrati pakistani, scelgono di iniziare una vita lontano da casa, di ricominciare. Qui Raja cresce avvolto nella nebbia della Pianura Padana e nell’immagine di una famiglia in cui i confini tra amore e sopraffazione si fanno presto indistinguibili, dove tutto e niente viene concesso.

“È cauto, Raja, conosce la violenza. Le urla, la rabbia sono un virus contagioso”

Raja è il protagonista di una storia che racconta la quotidianità dell’abuso, l’angosciosa sensazione che attanaglia le vittime di un meccanismo folle e appiccicoso, capace di incatenare con la stessa forza tanto chi lo pratica quanto chi lo subisce.

Nelle grigie giornate di Rio, l’amicizia di Giacomo e Laura rappresenta per Raja uno spiraglio di luce: l’unico, ma anche il metro, la misura, lo specchio che riflette le differenze sociali tra una famiglia “normale” e la sua, dove la normalità assume il volto della ferocia.

È in questo quadro di discordia familiare che prende forma la figura del padre Malik, portatore delle tracce di un’educazione violenta, figlio a sua volta di una cultura del possesso e del sopruso, di cui la moglie Samina riceve lezioni, abusata tanto nello spirito quanto nella carne.

“Samina singhiozza, è un pianto sommesso e soffocato. Suo figlio si avvicina per appoggiare la tazza vuota. Nota un livido sul collo coperto dal velo, una macchia viola che scende fin sotto il vestito.”

È proprio da questa frattura che comincia il percorso del protagonista. Attraverso un viaggio a ritroso, tra Pakistan ed Emilia-Romagna, Raja ripercorre le tappe più traumatiche della propria infanzia, tornando nei luoghi della memoria per decostruire ciò che è stato e provare a ricostruire qualcosa di nuovo. Un percorso doloroso ma necessario, che permette di vedere, nonostante tutto, un domani ancora possibile.

L’autore si addentra nelle fitte maglie della violenza domestica e la scandaglia con meticolosa accuratezza, ritraendo il male nelle sue molteplici sfaccettature senza mai appesantire la narrazione. Il racconto procede attraverso un sapiente alternarsi di piani temporali, balzando avanti e indietro nel tempo, a seconda delle necessità narrative, come fa la memoria quando torna là dove qualcosa reclama ancora di essere compreso.

“La realtà la conosce, però, ed è sporca, fatta di conflitti. […] Gli sembra di rivivere il male negli occhi di Malik, la nebbia di Rio, di respirare l’aria che respirava quella bestia di suo padre. I demoni da affrontare gli si ripresentano.”

La nebbia di Rio è una storia di potere, di origini e di amicizia: è una storia di scelte. Pagina dopo pagina, il protagonista costruisce il proprio destino, persuaso non tanto di chi sia, ma di chi non voglia essere. In questo percorso, l’amicizia con Giacomo e Laura, il cui travagliato intreccio amoroso scorre parallelo alle vicissitudini del protagonista, diventa un pilastro portante nella vita di Raja, che riconosce nei due amici d’infanzia una costante non negoziabile.

Sarvish Waheed racconta la violenza dall’interno delle mura domestiche e ricorda al lettore che il male è svelto, viscido, vischioso: capace di insinuarsi nelle crepe più anguste, ma anche nell’anima più onesta.

La nebbia di Rio insegna che “a fare male senza motivo si perde un pezzo di sé”, ma soprattutto, che “forse, alla fine, ci si salva da soli”.

 


Casa editrice: Accento Edizioni
Collana: 
Accento Acuto
Pubblicato a: giugno 2026
N. pagine: 171

Sull’autore: Sarvish Waheed, classe 1989, nasce a Correggio da genitori pakistani. Dopo aver vissuto a Dublino, Berlino, Amsterdam e Londra, torna in Italia, dove attualmente risiede con la sua famiglia. La nebbia di Rio  è il suo romanzo d’esordio.