Ci sono persone che vivono la propria vita portando a compimento quella degli altri; che si prendono cura di ciò che la morte ha lasciato in sospeso. Sarah ha da poco compiuto cinquant’anni e vive immersa in una routine fatta di piccoli rituali e gesti e nella casa di riposo dove lavora capita che un anziano muoia prima di portare a termine qualcosa. Lei ha la premura di completare quanto iniziato, come se fosse il capitolo di un libro a cui serve necessariamente un finale: mette gli ultimi pezzi di un puzzle, lavora a maglia e legge le ultime pagine dei libri davanti alle lapidi degli anziani, interrotti dalla morte Queste conclusioni sono un atto di generosità, ma anche una via di fuga da un passato doloroso che nasconde ferite capaci ancora di bruciare: dal complicato rapporto con il padre fino ai segreti mai confessati, Brofeldt ci mostra come portare a termine la vita degli altri sia un modo per non iniziare mai appieno la propria.

Da quando sono al mondo, non faccio che cercare di mimetizzarmi, di passare inosservata.

Qualcosa, però, è destinato a cambiare. L’incontro con Mehmet, il fiorista di quartiere, apre un primo spiraglio decisamente inatteso: Sarah trova una connessione umana che quasi non credeva più possibile, un rapporto fatto di piccoli gesti che hanno però la capacità di farla sentire viva. Quando la vicina di casa le affida il figlio Bastian per poter restare accanto all’altra figlia malata, Alberte, in Sarah si sviluppa una nuova consapevolezza: i bambini, a differenza degli anziani, hanno un’esistenza tutta da scrivere e non da concludere.

Sarah inizia così a prendere realmente in mano la propria vita, e poco importa se ha cinquant’anni: vuole fare pace con il suo passato tormentato senza pretendere un finale perfetto. Vuole vivere una vita caratterizzata dall’imprevedibilità, attraversando le gioie e i dolori che il futuro le riserverà.

I libri cominciano sempre con un inizio. Nel senso che, appunto, cominciano. Mentre io voglio solo finirli

L’ossessione di Sarah per i finali non nasce soltanto dalla premura verso i morti: concludere ciò che gli altri hanno lasciato in sospeso le permette di abitare storie già scritte, al riparo dall’incertezza di un nuovo inizio. E forse è proprio in questo che va cercato il significato del romanzo: accettare che qualcosa rimanga incompiuto. Solo quando rinuncia al controllo sistematico di ogni cosa Sarah può aprirsi agli altri.

Amare significa pure dare a una persona ciò di cui ha bisogno, anche se preferirebbe di no. Se si vuole mantenere il legame con lei bisogna lasciarla libera.

Kim Andrea Brofeldt scrive un romanzo che racchiude e custodisce una struggente delicatezza, e non sorprende affatto che Sarah Bernhardt rimandi a un altro personaggio animato dalla sua stessa particolare apprensione. Si tratta di John May, protagonista di “Still Life”, un sottovalutato capolavoro cinematografico diretto da Uberto Pasolini.

La perfezione dei finali imperfetti è un romanzo intenso e fragile, in cui viene mostrato come la vita, anche quando sembra essersi interrotta o non sembra seguire un determinato percorso, riesca sempre a trovare strade inaspettate e, soprattutto, come da una conclusione nascano sempre nuovi inizi.

 


Titolo: La perfezione dei finali imperfetti /Afslutninger
Autrice: Kim Andrea Brofeldt
Casa editrice: Casa Editrice Nord / Alpha Forlag
Traduzione: Alessandro Storti
Pubblicato a: luglio 2026 / aprile 2025
N. pagine: 368 / 350

Sull’autrice: Kim Andrea Brofeldt è un’autrice danese che per oltre vent’anni si è divisa tra i progetti letterari e l’insegnamento dell’arte a bambini e adolescenti. Dopo aver avuto un ictus nel 2021, ha capito che era giunta l’ora di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. La perfezione dei finali imperfetti  è il suo romanzo d’esordio.