Tutto comincia con una coppia, dove la mancanza dei nomi per buona parte del testo accoglie tutti i nomi, rendendo questa storia uno specchio per quei sogni d’amore e futuro che spingono molti a cercare un posto dove vivere insieme il tempo che si ha davanti. 

“[…] prima di tutti gli altri desideri consueti, c’era il desiderio di noi come posto dove essere e dove tornare, come alveo e come corrente.”

Eleonora Daniel, già autrice di racconti, nonché caporedattrice e editor di Accento, consegna alle stampe per Bollati Boringhieri un esordio intenso, La polvere che respiri era una casa, in cui una donna e un uomo acquistano un appartamento in costruzione e lo vedono prendere forma prima attraverso i rendering, poi con lo scheletro portante, e infine con la scelta degli arredi. La casa apparentemente racchiude la gioia argentina per qualcosa di nuovo e di bello.

“Casa di pixel sul sito, casa in costruzione, noi due davanti al cantiere, lei vede gli scavi come le città dei morti quando anche chi dovrebbe prendersi cura dei defunti è scomparso da millenni e tutti i nomi sono dimenticati. Andiamo a mangiare un gelato.”

Un alone di morte si insinua fin dalle prime pagine e l’abilità di Daniel sta proprio nello stendere un velo di caligine che si deposita densa e opaca, mettendo in guardia chi legge. Quella che si ha di fronte è una coppia strana (“Siamo sempre stati macabri”), che però sembra amarsi con trasporto. Non stupisce quindi lo slancio con cui un episodio casuale accende in loro il desiderio di un figlio insieme. Nonostante gli sforzi però non c’è nessuna gravidanza e i silenzi tra lui e lei si fanno sempre più pesanti. I mesi passano scanditi da continue delusioni, così lui propone di dare vita intanto a un progetto narrativo: una serie di quattro racconti, un tentativo estremo di tenere insieme qualcosa di ormai rotto, silenziosamente, dal momento in cui lei sceglie di non condividere i responsi definitivi delle visite mediche. 

“Ha scelto di covare il suo segreto come un uovo, se lo è portato a letto con noi la notte; lo ha protetto da ogni pericolo: dalle faine, dagli spigoli, dai passi imprecisi. Non si è schiuso.”

Quando l’incendio arriva, attraverso una scena breve ma densa di tutta la tensione accumulata nelle pagine precedenti, trova quindi un terreno secco pronto ad accoglierlo. Il fuoco si inerpica vorace, come un serpente che striscia e allo stesso tempo ammalia con le sue squame iridescenti. Lei resta a guardare quella meraviglia fino all’ultimo, fino a quando deve proprio andarsene, dopo aver messo al sicuro gli oggetti preferiti di lui e il suo racconto. 

“Nell’iconografia classica di una casa infuocata le tende occupano spesso un posto di rilievo. La fiamma prende slancio, guizza, s’arrampica e in poco tempo annerisce già il soffitto; nient’altro garantisce la stessa entusiasmante efficacia.”

Dopo (perché questa è solo la prima parte del libro), lei scompare e a lui restano la polvere e i pensieri di una persona che non riesce ad andare avanti con la propria vita perché non può comprendere la ragione di quell’evento improvviso che la vita gliel’ha cambiata. È un lentissimo logoramento quello che segue, perché sulle pagine non si trovano eventi ma silenzi e un continuo mormorio mentale, in cui il protagonista accampa spiegazioni, immagina dialoghi con il fantasma di lei, formulando possibili risposte a continue obiezioni. Sembra quasi che la storia vera, l’abito della sposa che lascia tutti senza parole, sia finita con il fuoco e la polvere che resta sia un lungo strascico, di un pizzo bellissimo e perfetto, ma pur sempre strascico. 

“Capiscono che il loro trovarsi su quella soglia è il termine del loro viaggio.”

Daniel fa sfoggio di tutte le sue competenze da editor in questo romanzo, dove niente è fuori posto, dalla prefigurazione della disgrazia alla scelta stilistica ardita ma ben controllata di una prima persona plurale iniziale che si spacca in lei e lui, due unità distinte e distanti. L’autrice si concede anche qualche virtuosismo, come l’inserimento di due racconti piuttosto lunghi, l’amaro lascito della famiglia che non è stata, ma che costituiscono due parentesi che si vorrebbero scorrere velocemente, nella speranza di un lieto fine (che, spoiler, non c’è). Tutto concorre a creare un’atmosfera di silenzio luttuoso. La speranza di luce fa voltare le pagine, ma quello che si incontra è solo polvere che gratta e ferisce come una lama arrugginita, mantenendo la promessa di dolore contenuta nel titolo.

 


Casa editrice: Bollati Boringhieri
Pubblicato a: gennaio 2025
N pagine: 208

Sull’autrice: Eleonora Daniel, caporedattrice e editor di Accento edizioni, è nata a Milano nel 1995 e vive a Roma, dove si è specializzata in editoria. Alcuni suoi racconti e articoli sono apparsi su «Doppiozero», «Lucy», «Altri Animali», «retabloid» e «Cattedrale».