“Sangue mio, corri!”. Abebech, ‘fiore che sboccia’, corre a perdifiato sotto il sole d’ Etiopia. Un uomo la insegue, la raggiunge, la colpisce alla nuca. Unici testimoni i falchi nel cielo terso. Un ratto in terra d’Africa che sa di mito è l’inizio della sua nuova vita in Somalia.
Il prologo in seconda persona de La signora Meraviglia, edito da Sellerio nella collana Il contesto, è forte, nitido, ammaliante.
Saba Anglana, classe 1970, cantante e attrice, già autrice per il teatro, scrive un esordio – tra saga familiare, memoir e romanzo di formazione – in cui si intrecciano due vicende.
La storia di sua nonna Abebech, rapita da un ascaro somalo, un soldato delle truppe coloniali italiane che invasero l’Etiopia nel 1935, sradicata dal suo paese, poi ripudiata perché diversa. A Mogadiscio, come predetto da un indovino, troverà uno sposo molto alto e assieme daranno vita a una famiglia numerosa, ma Abebech dovrà affrontare anche un misterioso spirito, un’ombra inquietante che la segue come una maledizione.
Un balzo in avanti nel tempo, siamo nel 2015 a Ostia, e Saba aiuta sua zia Dighei, un dente d’oro e “capelli africani, soffici come una nuvola rada”, a ottenere la cittadinanza italiana dopo quarant’anni spesi in Italia. Un processo lento e frustrante, reso ancora più difficile dal pelago burocratico, che la spingerà a rileggere la propria storia familiare alla ricerca di un senso di identità e di appartenenza.
I temi ingombranti – il passato coloniale italiano durante il fascismo – e attualissimi – le migrazioni e l’accoglienza, il percorso a ostacoli per la cittadinanza in Italia – sono trattati con intelligenza, delicatezza e ironia, calati in un contrappunto tra passato e presente, tra Africa e Italia, chiaro nell’alternarsi preciso dei capitoli.
Anglana è bravissima a creare immagini su carta, ora magiche:
“Dondolavano insieme, le due donne, e quando la stanza fu completamente pregna di fumo, tosse, lamenti, sputi e fuoco, Abebech avvertì la mano del suo spirito invisibile spingerle la testa avanti e indietro in quella danza all’ unisono che le parve inevitabile”
ora domestiche:
“Prende un peperoncino tra le dita, il cornetto fa una piccola resistenza, lo tira a sé fino a staccarlo, lo porta alle narici, profuma di fuoco, starà bene con il sugo della cena. Attraverso il vetro riesco a intravedere il piccolissimo sorriso che le solleva gli zigomi. Come sei bella mamma, mi viene da pensare”,
ora caustiche:
“A elargire le prime informazioni è un usciere che si limita a indicare i sedili vuoti su cui attendere il proprio turno. Cosa li indica a fare?, mi domando, è chiaro che ci siediamo dove c’è posto, non prenderà mica uno stipendio solo per fare questo? Eppure sembra stanco sin dalla sua vita precedente”.
La penna dell’ autrice è agile, vibrante d’affetto nei ritratti dei personaggi, donne ferme, antiche, a volte malinconiche, regali nei loro dirac colorati (altra nota di merito va al glossario familiare).
È un romanzo intimo, denso, che mescola il profumo delle spezie del berberè a quello dei gerani sui balconi di Ostia, confonde i pini marittimi di Roma e gli arbusti di caffè in Etiopia, sovrappone i vicoli stretti di Mogadiscio ai corridoi gremiti degli Istituti di patronato.
L’invito finale è a raccontarsi per poter guarire, a scoprirsi tra le radici che affiorano, ad andare avanti sospinti dal vento.
Casa editrice: Sellerio
Collana: Il contesto
Pubblicato a: marzo 2024
N. pagine: 304
Sull’autrice:
Saba Anglana (Mogadiscio, 1970), è cantante, attrice e scrittrice. I suoi album musicali, distribuiti in più di 60 paesi, compongono idealmente il suo albero genealogico, tra Italia e Africa Orientale. Come autrice, tra i diversi lavori, ha portato in scena il suo monologo teatrale Mogadishow e lo spettacolo musicale Abebech – Fiore che sboccia. Storia di identità, preghiera e guarigione.

