Investigare, seguire le tracce: questo è l’invito che Giuseppe Quaranta ci rivolge, per afferrare il senso ultimo della vita. Con il suo esordio, La sindrome di Ræbenson, l’autore ci conduce in un’indagine clinica che sprofonda nelle pieghe ambigue e inquietanti dell’identità e della memoria. Dossier scientifico e saggio filosofico intriso di suspence, il romanzo mantiene il patto con il lettore e, sulle orme di grandi autori come Sebald, Nabokov, Barnes e Kundera, si fa metafora di un interrogativo profondo: se la morte dà senso al nostro tempo terreno, cosa accade quando la morte non è più un’opzione?

Antonio Deltito, psichiatra, è vittima di un’amnesia: è a una festa e non ricorda un episodio appena accaduto, sollevando perplessità e preoccupazione tra i presenti. Trent’anni dopo, a raccontarci tutta la storia è un narratore anonimo, anche lui presente quella sera, amico e collega di Deltito. Le amnesie sono solo il primo, ma più significativo, di una serie di sintomi che, associati ad alcune peculiarità fisiche, determinano la sindrome di Ræbenson, un morbo misterioso di cui non v’è traccia nei manuali di psichiatria: perdita di memoria, sgretolamento della personalità, fino all’ultimo stadio della sindrome, l’eternità:

“La morte li chiama inutilmente […] un meccanismo si inceppa […] il tentativo di morte abortito. La condizione di immortalità, mantenuta. Ma a che prezzo? Una sofferenza immane.”

Tra i malati, il suicidio rimane l’unica alternativa. Per Deltito, terrorizzato dall’idea dell’immortalità sin da bambino, è una sorta di profezia auto-avverante: “Uno dei suoi incubi ricorrenti consisteva nel venire fatto a pezzi dopo la sua morte, in un’apoteosi della frammentazione del sé”. La rifiuta e cerca di combatterla, di “fare inventari, di tenere a mente ogni cosa, nominarla, come se questo potesse proteggere la sua identità”, ma inutilmente, fino al gesto estremo.

Se il protagonista incarna allora il caos dell’identità frammentata dall’oblio, il narratore rappresenta invece la paralisi dell’inazione: “Pur consapevole del fatto che [Deltito] avesse bisogno di aiuto, finivo sempre per sottrarmi al mio dovere di amico e collega. Sembrava la vittima predestinata della mia incapacità di agire”. Eppure, proprio l’inerte narratore si lascia sedurre da quell’eccesso di vita che la sindrome comporta, quasi invidiando l’amico. Come a volerne carpire un frammento per osmosi, vi si aggrappa per dare un senso alla sua identità sbiadita e non è allora un caso, forse, che il narratore sia e resti anonimo.

Anche lo stile, coltissimo, misurato e attento, riflette in qualche modo la postura esistenziale del narratore, la sua “paralisi progettuale, una grande indifferenza”:

“Come se tra me e l’azione qualcuno avesse avuto cura di scavare un solco invalicabile […] Davanti a me si stendeva il deserto e lo sconforto di attraversarlo.”

È proprio nel rapporto speculare tra i due personaggi che si sviluppa il tema centrale del romanzo: la tensione tra memoria e dimenticanza, unità e frammento, immobilità e movimento.
Deltito e il narratore incarnano due risposte opposte: il primo vive un tormento infinito, la mente spezzata in ricordi vaganti; il secondo farà della sindrome la sua ragione di vita, l’ossessione a cui sacrificherà tutto e su cui fonderà la sua unica identità, diventandone il massimo luminare. L’indagine, la sua “avventura” – forse sulle tracce di se stesso – farà capolinea trent’anni dopo, alla stazione ferroviaria di Taranto: città d’origine di Deltito, simbolo delle radici e del ritorno alle fondamenta dell’identità, in una perfetta chiusura del cerchio.

La sindrome di Ræbenson si rivela quindi un gioco di specchi tra soglie dell’io, si affaccia sull’abisso della memoria ricordandoci come questa sia il ponte tra passato e presente, ciò che ci definisce e ci “contiene”. Traccia di ciò che siamo stati e indizio di ciò che potremo essere, una traccia che, forse, è il cuore stesso dell’esistenza.

 


Casa editrice: Atlantide Edizioni
Collana: Blu Atlantide
Pubblicato a: Novembre 2023
N. pagine: 272