La nostalgia di cosa saremmo potuti essere, un senso struggente di finitezza aperta alla speranza, avvolgono il romanzo d’esordio di Marco Raio, sotto i raggi impietosi di un’estate – ‘la stagione’ – che risplende in una Positano attuale eppure sospesa nel tempo. 

Tommaso è un ventenne che della sua età quasi niente ha sperimentato; lambisce gli slanci della propria giovinezza, senza osare. Giudice di se stesso e dei genitori, Bruno e Viviana, indicati con i nomi propri nel tentativo di distinguersi dal loro intreccio simbiotico, è uno spettatore della vita. Come ogni anno da dodici a questa parte, si apprestano a partire da Napoli per passare un mese a Positano nella casa della nonna Tullia, ma questa sarà l’ultima estate, prima che l’appartamento venga sgomberato. Inizia così il racconto narrato in prima persona da Tommaso, con i preparativi di una partenza attesa per undici mesi, la gioia di svoltare l’ultimo tornante e rivedere, ancora una volta, l’amato mosaico di case color pastello affacciate sulla costa. È il ritorno a consuetudini dolci, facce amiche, al camminare liberi e scalzi fino al Fornillo e le serate al Bar Internazionale. L’incipiente fine di un’epoca, quella ciclica e confortante delle estati trascorse nella bellezza nostalgica dei ricordi, getta ombre in particolare su Viviana e su Tommaso, nel soppesare il vuoto dei propri desideri non realizzati.

“La morfologia di Positano è la forma della mia memoria. Le case sono i miei ricordi, le loro vie d’accesso finestre e porte che sbattono sempre per i colpi del vento. Non c’è angolo che non mi sussurri all’orecchio in una lingua intraducibile, che non solleciti in me uno struggimento diffuso. La sua superficie è la mia pelle indolenzita, una pelle continuamente strattonata, esposta, sempre sul punto di riaprirsi in squarci che a torto credevo rimarginati da tempo.”

Su tutti domina l’assenza ingombrante di Tullia, ormai anziana immobilizzata a letto, ma capace ancora di controllare le vite degli altri. Figura carismatica, esigente, – “per starle accanto occorre essere addobbati, cospargersi di polveri cosmetiche, scotch sgargianti. Occorre ricoprirsi di una gaiezza epidermica, addolcire il nome, aggraziare le angosciose sembianze del mondo” – è l’unico personaggio a non essersi piegato all’invischiamento dei legami familiari e ad aver inseguito la libertà nelle sue scelte. Si è ribellata ad essere prima sorella accudente di Zio Renato, affetto da disturbi mentali, poi vedova rassegnata, diventando la fidanzata del ricco ingegner Franco Naldi. La figlia Viviana invece soffre il giogo di un rapporto soffocante, impossibilitata a sottrarsi al dovere morale della cura familiare, alla ricerca del compiacimento materno. Il padre, Bruno, si è allontanato dalla sua famiglia del quartiere povero di Lavinaio aspirando al riscatto sociale attraverso la cultura ma nello sforzo titanico è rimasto schiacciato e bloccato nel suo passato.

Il tema dell’accudimento e della necessità di definire la propria identità rispetto al nucleo familiare percorre tutto il romanzo, come una catena da spezzare, prendendo spesso il sopravvento sui personaggi stessi, a tratti dilatando in modo eccessivo la narrazione, nel ricreare l’immobilità in cui tutti si dibattono. Lo sguardo di Tommaso, distaccato e giudicante, pare il più delle volte esterno e solo quando riesce a diventare intimo – nel riportare l’arrivo di Annarosa e l’amore taciuto o nella premura (commovente) del figlio rivolto a indovinare i pensieri della madre – si avverte forte il coinvolgimento emotivo nelle paure, nei dubbi di un giovane che osserva la vita, affascinato dalle sue correnti incontrollabili e dalla forza dei sentimenti che suscita.

“Era lì, alla Sponda, e aveva portato tutto di sé. Perché riprendessi contatto con quella dotazione stupefacente. Gli occhi pendenti all’ingiù, il loro verde umbratile, ritroso a venire allo scoperto della luce, il diastema degli incisivi.”

Se la trama risente di pochi eventi svolti nel presente narrativo ai quali allacciarsi, è tuttavia con la scrittura che Marco Raio trascina nella lettura grazie alla ricercatezza lessicale e una prosa letteraria e suggestiva.

“Questo qualcosa di cui invoco il ritorno non è una veduta, un odore o un luogo presenti, né un proposito futuro, ma un tempo inattuale somigliante al passato già vissuto che un raggiro della mente assicura come venturo.”

L’estate di Positano giunge al termine, l’ultimo bagno, l’ultimo sguardo ammirato dal terrazzo. Il ritorno a casa sembra ripiombare Bruno, Viviana e Tommaso nel solito copione delle proprie esistenze ma inaspettatamente dalle contraddizioni di Tullia nascerà e arriverà fino a Tommaso la spinta a vivere senza avere più paura di se stesso.

 


Casa Editrice: Bompiani
Collana: Narratori italiani
Pubblicato a: aprile 2024
N. Pagine: 240

Sull’autore: Marco Raio, classe 1989, è nato e vive a Napoli, dove lavora come libraio e editor freelance. Ha pubblicato brevi saggi filosofici e racconti su riviste letterarie. La stagione è il suo romanzo d’esordio.