“Terso” è un aggettivo che si usa per il cielo, per l’aria dopo la pioggia, per una luce senza ostacoli. Applicarlo alla terra apre una contraddizione: come può descrivere una materia che per sua natura è impura, feconda, misteriosa? Ecco che, davanti a un mondo svuotato di vita dalle guerre e dal collasso climatico, l’associazione sembra meno azzardata.
La protagonista de La terra tersa, una donna anziana e senza nome, abita un mondo in cui è l’ultima superstite rimasta, e che sembra progressivamente perdere consistenza: uno spazio quasi immateriale, privo di odori, di piogge, di variazioni sensibili, dove il sole splende sempre uguale a sé stesso, come in un’eterna estate che lentamente consuma. L’unica esistenza possibile avviene tra le pagine di un diario.
“Avere tra le mani pacchi di pasta dai loghi accattivanti, dai caratteri in campo rosso che paiono fuggire obliqui verso un ignoto non accessibile a coloro che scomparvero, impedisce il fermo restare nell’oggi tattile a vantaggio d’una realtà tutta alterata, dove ai prodotti imballati non corrisponde più un produttore né una magnifica fabbrica dalle cento braccia, svelta nel fagocitare madri e padri; v’erano poi carciofini, cetriolini e olive in salamoia, nonché, disperse sotto gli scaffali d’acciaio, lattine di piselli che porterò indietro con me, pur certa dell’assenza di gioia alla loro apertura”.
Il presente appare rarefatto, mentre il passato riaffiora sotto forma di ricordi che non hanno più presa sul reale. Le persone che hanno abitato la vita della protagonista tornano come nature morte: con una lingua precisa e aulica fino al parossismo, la donna scrive e ricorda la madre, la sorella, il marito, le due figlie, l’amante e forse unico vero amore. L’espediente della narrazione di sé accentua ulteriormente la sensazione di irrealtà: la scrittura diventa un filtro aggiuntivo, uno strato che astrae il ricordo da una vita un tempo partecipata e condivisa, rendendola ancora più lontana. Non è uno strumento di chiarificazione, ma di ulteriore separazione: ciò che viene scritto perde corpo, si fa traccia, residuo.
La narrazione procede senza snodi spettacolari, affidandosi a una progressione lenta e quasi carsica. Più che raccontare eventi, La terra tersa osserva una condizione: quella di un’esistenza che si consuma per sottrazione, in cui ogni relazione rievocata appare come una traccia sedimentata, mai davvero elaborata.
La scrittura di Matteoni ha una forte componente estetica e musicale: ricca di evoluzioni e ghirigori, per paradosso si fa veicolo perfetto di una dimensione ridotta all’osso, in cui la tensione emotiva non esplode mai del tutto, ma resta sotto traccia, come un malessere diffuso che attraversa luoghi e memorie.
“Mi vedo restar qui in foggia di pilastro scarnito dall’avvenire, quando la casa già respira vuota e il peso delle teste cartacee e mozze tracima; trattengo il pulviscolo che, altrimenti, spanderebbe la corrosione dove non scorre più sangue e non pulsa più l’occhio.
La polvere, la mano, le unghie, i denti, il ghigno malefico di rivalsa, i piedi piantati a terra, un pianto di fatica volgare sono mia madre e le mie figlie, mio marito, l’amante, mio nipote, mia sorella. E la lavanda tuttavia resterà inodore”.
Attraverso la fatica quotidiana della sua unica personaggia che, nel suo rimuginare, cerca di trasformare invano in humus un suolo ormai privo di vita, La terra tersa offre una riflessione profonda sull’esaurimento dei corpi, dei luoghi, delle relazioni e sulla difficoltà di restituire forma e presenza a ciò che è stato. Sullo sfondo si staglia nitido uno dei nostri futuri possibili, specchiato in un presente riconoscibilissimo per i richiami ai problemi ambientali e sociali che lo caratterizzano.
Casa editrice: Effequ
Collana: Rondini
Pubblicato a: novembre 2025
N. pagine: 176
Sull’autrice: Ilaria Matteoni (Carrara, 1996) vive tra Pisa e Carrara. Ha pubblicato, nel 2023, Becco d’arancia e altri racconti per L’Erudita. Scrive periodicamente, di letteratura e cinema, su «L’Indiependente». Laureata in Storia dell’arte medievale all’Università di Pisa, è autrice di contributi scientifici e dottoranda alla Scuola Normale di Pisa dal 2021.

