“Angela sganciò il chiavistello tra le imposte di legno, annusò l’odore di faggio bagnato e poi le spinse avanti, con forza. Non provò nemmeno a ricacciare dentro la rabbia per l’azzurro spietato che si rovesciava dal cielo.”

È l’incipit de L’amore malfatto, romanzo d’esordio di Giusy Sardella edito da Fazi. La protagonista, Angela, entra in scena con un gesto di stizza. Per lei, l’odore di faggio bagnato non è evocativo, l’azzurro di una bella giornata non è attraente, anzi è spietato. Apre le persiane con forza, espressione di una rabbia che ha messo radici dentro. Angela, infatti, ha una gamba storpiata dalla poliomielite e vive reclusa, per la vergogna di mostrare la sua deformità. Recluso è anche il figlio minore di sua sorella Italia, il piccolo Nino, che viene tenuto nascosto al paese per il timore che si venga a sapere della sua ambiguità sessuale di bambino ermafrodita. Clausura, costrizione, occultamento: dove tutto è soffocante, l’istinto prende il sopravvento, la morbosità esplode, le passioni sono forti ed eccitate e generano solo rari squarci di bellezza e di tenerezza.

Il paese dove tutto accade è Petrara, in Abruzzo, proprio sotto il massiccio del Gran Sasso e l’anno è il 1943, quando l’armistizio dell’8 settembre sta per scatenare la rappresaglia dell’occupazione nazista. La trama, che non sveleremo, procede avvincente, raccontata con parentesi dialettali che rendono sinceri personaggi e accadimenti. Intanto l’amore invade le vite dei due giovani, Angela e Gaetano. I corpi sono al centro, protagonisti, congegni inattivi che ora vogliono esplodere e reclamano voce in una comunità chiusa e bigotta che non sa accettare la diversità e la identifica come colpa. Così il racconto si arricchisce di suggestioni, esplora le pulsioni di corpi che si affascinano, attirati dalla deformità. E però il turbamento, intenso quanto inevitabile, perde talvolta autenticità in scene dove la sessualità arriva troppo all’improvviso, repentina, forzata, senza riuscire a trasmettere il fremito o il ribrezzo voluto: 

“Si accorse di essere sudato. Chissà se lei sentiva il suo odore. Forse ne era infastidita. Slacciò due bottoni della camicia a scoprirsi il petto fin quasi allo sterno. Poi fantasticò di spogliare, lentamente, il corpo della storpia. Immaginò che avesse enormi capezzoli. La pelle perfetta senza nei o macchie di nascita. I glutei tonici per lo sforzo del cammino. La gamba, mostruosa e inquieta, lo provocava a ogni oscillazione del carro”.

Intorno ad Angela e Gaetano gravitano altre figure, la più riuscita è Isolina, l’anziana levatrice del paese che abita all’interno del cimitero dove, in una fontana, vivono le sue rane che saranno attive protagoniste di un tenerissimo finale. Sardella fa di lei l’araldo di parole di comprensione, inclusione e accoglienza che sono assenti nell’asfissia dell’aspro paese montano. Isolina infatti capisce che la diversità nei corpi, in particolare quella del piccolo Nino, può essere la devianza nella quale la natura traccia percorsi inaspettati, dove esiste una vita diversa che dà senso all’oscura, indefinibile ripetitività dei giorni. Percorsi nuovi e alla fine salvifici: 

“Isolina si trovò con un pensiero: agli occhi del mondo quel giovane poteva pure apparire un mostro. Per lei quel contrasto irriducibile era ben altro, un segno che incoraggiava, una speranza: come se la natura chiedesse audacia. Un’invenzione era possibile, e pure scompaginare le regole”. 

Proprio nella relazione ambigua che si instaurerà tra Nino e un soldato tedesco, quasi un legame familiare che apre al ragazzo un nuovo sguardo sulla vita, c’è la cifra migliore della scrittura di Sardella: 

“Nino, dopo l’iniziale diffidenza, si era avvicinato al tedesco per ascoltare i suoi bellissimi racconti. Poi gli aveva mostrato i ritratti dei morti del cimitero, sorriso alle approvazioni dell’uomo, ridendo per le parole spesso scorrette, e infine aveva accolto, docile, le carezze sui capelli biondi. Infine, fu come se, restando in quella casa, Nino partisse per un’avventura, ansioso di scoprire il mondo attraverso Ralph che, invece, pareva aver trovato la ragione del suo cercare”.

In un microcosmo strozzato dalla cecità dei pregiudizi, viziato da curiosità pruriginose e dominato da ossessioni che conducono senza scarti dalle fantasie alle azioni morbose, L’amore malfatto si apre alla fiducia, e i corpi, il sesso e l’amore riescono infine a proiettare una luce di speranza sui dolori e l’insensatezza della vita.

 


Casa editrice: Fazi Editore
collana: Le strade
pubblicato a: gennaio 2026
pagine: 228

Sull’autrice: Ingegnere meccanico, Giusy Sardella ha lavorato nei circuiti automobilistici di tutto il mondo per l’azienda Bridgestone. Ha seguito corsi di scrittura di Mencarelli, Susani e Veronesi. Nel 2022, uno dei suoi racconti è stato inserito tra i finalisti del premio Zeno.L’amore malfatto è il suo primo romanzo.