Un viaggio nel passato attraverso un’analisi del proprio io; sullo sfondo c’è Napoli, soffocante e plumbea, distante dall’immagine stereotipata che, in genere, si dà di questa città. Il corpo di Amalia viene ritrovato sulla spiaggia che chiamano Spaccavento, privo di indumenti, a parte un costoso reggiseno firmato, insolito per l’età e la modestia della vittima. Si apre così L’amore molesto, il primo romanzo di Elena Ferrante, pubblicato nel 1992, vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante e finalista al Premio Strega. Un esordio folgorante, che inaugura l’opera di una scrittrice (o forse di uno scrittore?) rimasta tuttora senza volto: attorno all’identità di Ferrante – pseudonimo dietro cui si cela un mistero editoriale tra i più discussi degli ultimi decenni – si è alimentata una curiosità mediatica che contrasta con il silenzio ostinato dell’autrice e con la forza nuda dei suoi testi.
Un romanzo “cupo”, difficile da collocare, con una forza espressiva dal linguaggio disturbante e una precisione chirurgica nell’affrontare e descrivere il rapporto madre-figlia, il tema del corpo femminile, le violenze domestiche e il ricordo. La critica lo accolse con pareri contrastanti: un’opera di un’autrice sconosciuta e “anonima” che mostrava già una spiccata sicurezza e padronanza di scrittura; che aveva, in sostanza, uno stile già abbastanza definito e riconoscibile.
“Il mare era diventato una pasta violacea. I suoni della mareggiata e quelli della città producevano una miscela furibonda. Attraversai la strada schivando auto e pozzanghere”.
Quando Delia osserva il corpo della madre Amalia, sente il bisogno aggrapparsi ad esso «per non finire chissà dove». Inizia a porsi i più disparati interrogativi cercando di ricostruire quanto accaduto e, soprattutto, il motivo e la causa. La sua indagine si trasforma fin da subito in un viaggio nel passato in cui riemergono, avvolti dalla patina del tempo trascorso, i ricordi delle violenze domestiche e dell’impotenza dei figli davanti ai genitori. Uomini gelosi e violenti, fantasie di evasione che si manifestano attraverso ipotetiche tresche amorose. La spensieratezza dei bambini, dei loro “rituali” quotidiani, complici involontari del dramma che si consuma tra le mura domestiche.
Ferrante ha una scrittura fredda, diretta e – a tratti – spietata che trova un tangibile riscontro nella personalità della protagonista, Delia. Incapace di amare la propria famiglia, di legarsi sentimentalmente a qualcuno, di provare alcun tipo di piacere, anche il più effimero. Tutti questi elementi rendono Delia illeggibile e risulta complicato provare empatia nei suoi confronti, con la scrittura stessa di Ferrante e con gli altri personaggi: lo zio Filippo, Nicola Polledro (detto Caserta), ipotetico amante di Amalia, il figlio Antonio, amico d’infanzia di Delia e il padre di lei, nonché marito violento di Amalia.
“Trascorsi non so quanto tempo accanto alla finestra della cucina, ad ascoltare il vocìo del vicolo, il trafficare delle motorette, lo scalpiccio sul selciato. La strada esalava un odore di acqua stagnante che che si arrampicava su per i tubi Innocenti”.
Delia si confonde con Amalia: i personaggi entrano in una pacata collisione che porta il lettore a un coinvolgimento atipico poiché risulta complicato decifrare le loro intenzioni; sono spesso inaccessibili, ma al tempo stesso profondamente vulnerabili. È proprio questo sguardo contraddittorio e spietato che costituisce uno dei tratti più riconoscibili della sua scrittura. Nel tempo Ferrante ha affinato sempre più questa modalità di racconto, fino a renderla una cifra stilistica inconfondibile, capace di influenzare profondamente la narrativa contemporanea e diventare un modello per molte scrittrici e scrittori di oggi. Ferrante, infatti, scrive storie che indagano il passato attraverso la psicologia dei personaggi senza esporli mai del tutto al giudizio del lettore, ponendoli nella condizione di non essere mai compresi a pieno, lasciando sempre letture “alternative” e secondarie ai margini della narrazione principale.
L’amore molesto è un romanzo onirico e simbolico che può e dovrebbe essere osservato anche in chiave psicanalitica, oltre che letteraria. Un susseguirsi di fatti che a ritroso fanno compiere notevoli passi avanti alla protagonista con lo sguardo sempre rivolto al passato. La scrittura di Ferrante è un Angelus Novus che trova origine proprio nel suo romanzo d’esordio. Una storia che mostra il passato e che, attraverso la sua ricostruzione, riesce a trovare una dimensione nel presente e una speranza nel futuro. Ciò lo si evince ne L’amore molesto e nella storia di Delia, che sembra fungere da modello per tutta la sua futura produzione. I rapporti di forza sono sempre al centro di una narrazione che oscilla in precario equilibrio tra non-detti e tensioni sotterranee, dove l’identità dei personaggi si definisce attraverso fratture, silenzi e desideri mai pienamente risolti.
Casa editrice: edizioni e/o
Collana: Cartonati
Pubblicato a: marzo 2015
N. pagine: 176
Sull’autrice: Elena Ferrante è lo pseudonimo di una scrittrice italiana, nata a Napoli, celebre per aver scelto l’anonimato. Ha esordito nel 1992 con L’amore molesto e ha raggiunto il successo internazionale con la tetralogia L’amica geniale (2011–2014), che racconta l’amicizia tra due donne nella Napoli del dopoguerra.
Premi e riconoscimenti: vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante e finalista al Premio Strega.

