Nel febbraio 2010 l’artista Vanessa Beecroft presentava al Mercato ittico di Napoli la sua “performance/sculture” dei tableaux vivants VB66. Un gruppo di donne completamente verniciate di nero insieme a dei frammenti di gesso, occupavano i tavoli del mercato a rappresentare la morte dopo l’eruzione del vulcano di Pompei del 79 d.C.

Su quella performance di Beecroft, ruota tutto il romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto L’aneddoto dei calchi (TerraRossa Edizioni). La protagonista Livia e l’amica greca Zoa partecipano infatti come modelle alla rappresentazione. Livia, archeologa ed ex danzatrice, vive insieme al compagno Bruno e a Zoa, loro ospite. La più grande paura della sua vita è ereditare la malattia del padre, affetto dal morbo di Crohn. Una volta esaurita la relazione con Bruno e perduta l’amicizia con Zoa, che è tornata in Grecia, Livia, che nel frattempo lavora in un negozio di abiti usati della drag queen Patty, è ossessionata dal ricordo della performance di Napoli fino a intrecciare una relazione con Raffaele che ha comperato le fotografie dell’evento. E fino a trovarsi coinvolta in una situazione che segnerà in lei una svolta emotiva ed esistenziale profonda. Per aver partecipato all’esposizione di Beecroft, viene infatti selezionata per un programma di procreazione medicalmente assistita.

Dalla morte alla vita, dunque, dallo stato di immobilità carbonizzata dei corpi di gesso di Pompei alla vitalità in potenza di un ovulo da fecondare. Un cortocircuito letto dalla scrittrice con la lente della cultura classica e la sensibilità dell’appassionata d’arte. 

Viene in mente un parallelo con l’Alcesti di Euripide, una tragedia tra le pochissime a invertire lo schema classico vita – morte. Infatti si assiste subito alla morte di Alcesti per poi nel finale vederla restituita al marito Admeto, grazie all’intervento di Ercole che la riporta dall’Ade. E, in un passaggio della tragedia, Admeto auspica la creazione di una statua che sostituisca il corpo della moglie, un vero e proprio doppio: “Con mano sapiente di fabbri il tuo corpo/rifatto sarà dentro il letto deposto,/sul quale mi butto, ne stringo la mano/chiamando il tuo nome mi parrà d’avere/tra le braccia senza averla la mia amata:/fredda voluttà, credo, ma allevierebbe/il carico della vita”. (trad. Giovanni Greco – Feltrinelli)

Insomma, come le modelle dei calchi, come Livia, Alcesti è morta e viva nello stesso tempo, è “fredda voluttà”. Perché morte e vita sono indistinguibili. Come in questi passaggi, solo due dei molti suggestivi e inquieti, stampati nelle pagine di questo accattivante romanzo:

“Da vicino i calchi in gesso si distinguono dai corpi viventi che simulano la morte. Da lontano no. Da lontano la morte appare come una massa nera indistinta. Da vicino assomiglia a chi la guarda”.
“Giacché si deve morire, l’artista perfeziona l’idea della fine: lavora all’imitazione che vuole più reale della cosa imitata”.

Come i calchi, la realtà si fissa in immagini iconiche. La vita, appaiata alla morte, è tale solo se rappresentata – o è arte o non esiste.
Colpisce in questa storia l’assoluta casualità dei fatti, una volontà personale che si annulla, nella performance, in un destino altro:

“Essere scelte. Questo interessava loro. Fare finalmente parte di un ordine, una composizione e, intanto, soggiacere alla legge fisica del corpo, all’impotenza muscolare”.

Livia è un personaggio difficile da inquadrare, spesso contraddittorio, è agìta, un’eroina passiva. Senza direzione ma desiderosa di averne una, ha bisogno di una scintilla che la accenda, che la renda viva. La muove soltanto l’immagine, la ripetizione, la replica. E l’arte dà a Livia la consapevolezza di sé stessa fino a unirsi a Raffaele che, possedendo le sue immagini, fa da anello di congiunzione con la performance:

“Beecroft esisteva grazie a Raffaele e, dunque, era come se quel periodo della vita di Livia fosse esistito e continuava ad esistere solo grazie a lui”.

L’arte dunque replica, e tiene in vita.
Ne L’aneddoto dei calchi la prosa si accorda perfettamente con la fisicità dei corpi. I personaggi che ruotano intorno a Livia sono soltanto funzionali a lei, sono satelliti e, non perfettamente compiuti, assolvono egregiamente il ruolo di pretesti narrativi. 

Nella seconda parte il segmento del racconto si esaurisce e l’analisi psicologica dilaga fino quasi a scivolare verso il flusso di coscienza. Il racconto procede per strappi, senza linearità: un evidente intento di costruzione letteraria che, tuttavia, affatica un po’ il lettore, disorientato dall’andamento implacabilmente cerebrale:

“Ogni giorno si convinceva sempre di più di non averla compresa, [Zoa] di essere una dei tanti che, spaventata dalla sua diversità, voleva piegarla al loro modo di vivere, provando a confezionarle su misura un posto nel mondo. Forse lei e Bruno non avevano fatto altro che contenerne gli eccessi, e non per proteggerla, quanto per dominarla”.

Non una lettura semplice dunque ma che ripaga di uno sguardo unico sull’arte e, grazie anche a una lingua coltissima e ipnotica, indica la strada per attraversare la coscienza e sentirsi ancora vivi.

 


Casa editrice: TerraRossa edizioni
Collana: Sperimentali
Pubblicato a: aprile 2026
N. pagine: 178

Sull’autrice: Maria Teresa Rovitto è nata in Basilicata nel 1987. Ha pubblicato testi su riviste come Nazione Indiana, Argo, In allarmata radura, e nelle antologie L’ordine sostituito (déclic edizioni) e L’ora senza ombre (Pidgin Edizioni). Ha vinto il concorso Esordi di pordenonelegge con la silloge Beautiful Feet – جميلة أقدام (La Gialla – Samuele Editore). L’aneddoto dei calchi è il suo primo romanzo.