Ne Le balene, in un mondo stravolto dalla crisi climatica, Marco Marrucci mette in campo lo spettro del trauma personale di Giona. Ma il vero protagonista, fin dall’incipit, è la pioggia:

“Nel ballatoio gocciano palandrane e mantelli e incerate” 

Se al decimo giorno la pioggia è manifestazione timida, che scivola via da copriabiti, capelli e ombrelli, man mano che i giorni passano diventa presenza sempre più ingombrante:

“Un’opacità e un tremore diffuso sono i cenni visibili della pioggia. A intermittenza, nel quartiere allagato della periferia occidentale, fulgono i riverberi delle acque smosse dalle macchine idrovore e dalle autopompe.”

Di Giona non si sa molto: è proprietario di un ristorante che, come molti altri, è vittima del diluvio interminabile e ne riporta i danni. Giona è apparentemente quieto, e da subito un’immagine di sofferenza echeggia attraverso i suoi prolungati silenzi: non interagisce, se non obbligato, e quando lo fa, è secco e schivo. La narrazione si sviluppa attorno ad azioni minime – le sue – e descrizioni corpose della gravità crescente del nubifragio, creando antitesi tra la passività del protagonista che si lascia vivere e la furia devastatrice della natura: 

“A intermittenza, nel quartiere allagato della periferia occidentale,  fulgono i riverberi delle acque smosse dalle macchine idrovore e dalle autopompe. Giona si china a raccogliere le mutande. Lentamente, maldestramente le infila. Pasticcia il viso con le mani, sbadiglia senza rumore e con le dita ancora premute sugli occhi ciondola nell’altra stanza.”

La presenza umana, così come le scene dominate dai dialoghi, sono rare, rimangono accessorie: entrano brevemente nella narrazione, sono caratterizzate in modo sommario, incidono quel tanto che basta e poi vengono accantonate.

Gli scambi abitano di rado il testo: i commenti da bar nella bisca della domenica sera, il tono severo e preoccupato della responsabile del ristorante, durante la perlustrazione del seminterrato allagato, il monologo irritato del fioraio da cui Giona si reca periodicamente:

“Il solito. Bah. Che linguaggio da taverna. Da alcolizzato a fine carriera. Tu chiedi il solito e a me sembra d’essere il barman in uno di quei frusti polizieschi da due soldi, altro che il proprietario di un negozio di fiori.”

Si direbbe che tutti gli interventi siano funzionali a definire per contrasto l’annichilimento di Giona: da una parte le città vanno a rotoli, corrose dall’acqua e sommerse dalla melma, gli uomini sono disperati, preoccupati, nervosi; dall’altra Giona si lascia andare, statico, come se la pioggia, oltre a quello della terra, provocasse il suo deterioramento interiore.

All’inizio di ogni capitolo ci sono poi i dialoghi appartenenti al passato, che via via chiariscono il trauma di Giona: gli indizi sono disseminati con lentezza, a un ritmo controcorrente rispetto a quello frenetico del disastro ambientale. Al cinquantunesimo giorno di pioggia ininterrotta, quando della città sopravvivono all’asciutto solamente i quartieri più elevati, Giona si trasferisce nel casotto di falegnameria del padre in cima alla collina. Da lì osserverà in solitudine il mondo che si sfascia sotto una tempesta costante e continua, fino a un epilogo apocalittico prevedibile:

“Mentre biascica gli occhi vagolano sulle effervescenze del mare. Pencolano. Aleggiano. Rimpallano da emboli peciosi a toni d’argento. Scorgono un banco di salmerini di montagna guizzare in superficie. Incontrano quelli sgranati di un bambino che s’appressa alla canoa sballottato dall’inerzia e dai flutti.”

Nell’ultimo capitolo il registro si fa più sostenuto: le immagini macabre vengono elevate da uno stile solenne ed evocativo, come in un rito che guida la catarsi di Giona, che finalmente si libera dal peso che lo schiaccia e si consegna alla drammatica sorte comune.

 


Casa editrice: Racconti edizioni
Collana:Gregor
Pubblicato a: ottobre 2025
N. pagine: 160

Sull’autore: Marco Marrucci nasce a San Miniato nel 1985. Esordisce con la raccolta di racconti “Ovunque sulla terra gli uomini”, pubblica poi la sua seconda raccolta “Novena”, entrambe con Racconti edizioni. Le balene è il suo primo romanzo e il primo titolo della collana Gregor.