C’è qualcosa di sottilmente dissonante in Le donne di piazza del Fico di Margherita Pelaja: una frizione continua tra la materia storica che il romanzo mette in scena e lo sguardo estremamente moderno con cui la attraversa. È forse proprio in questa tensione, mai del tutto risolta, che si annida il suo elemento più interessante.

Siamo in una Roma popolare e viva, negli anni che precedono la Breccia di Porta Pia, osservata non dai grandi protagonisti della storia ma da chi la abita nei suoi margini quotidiani. Al centro della vicenda c’è Luisa Stecca, la mammana, figura ambigua e potentissima nel suo ruolo. È a lei che si rivolgono, perlopiù, donne alle prese con gravidanze indesiderate, affidandole decisioni che si collocano in una zona grigia, sospesa tra necessità e colpa.

Luisa avvertì una grande calma invaderla: aveva tante volte pensato a quel momento, il clou di tutto l’inganno architettato, quello in cui avrebbe dovuto agire senza incertezze né sbavature, e si era immaginata preda di ansia e agitazione. Ora invece si sentiva risoluta e sicura della propria esperienza, quella annosa del suo mestiere e quella nuova di direttrice di una recita. Per prima cosa prese dei panni – in certe occasioni non bastano mai – poi si fece un cartoccio con del pane e un po’ di lardo, certa com’era che avrebbe passato tutta la notte a via dei Pianellari e che non avrebbe potuto contare sull’ospitalità della partoriente se non, forse, per un bicchiere di vino. 

La richiesta che riceve da Angela Carbone introduce una deviazione inattesa: la donna non è incinta, ma desidera esserlo, o meglio, desidera ciò che una maternità potrebbe garantirle in termini di stabilità affettiva ed economica. Chiede così a Luisa di appropriarsi di uno di quei neonati rifiutati. Sotto la superficie di questo pragmatismo quasi brutale affiora qualcosa di più difficile da definire: in Luisa il desiderio di offrire a un bambino una possibilità diversa, in Angela un istinto materno che sembra accendersi contro ogni previsione. Resta però il sospetto che si tratti, almeno in parte, di narrazioni autoindotte. In un mondo attraversato da intrighi, omissioni e compromessi, come quello di questo romanzo d’esordio, anche il sentimento rischia di diventare una strategia, una forma di sedazione inconscia della propria morale.

La struttura del romanzo introduce un elemento di lieve discontinuità. Dopo una prima parte in cui la scena è dominata da Luisa, il baricentro del racconto si sposta su Angela, per poi tornare nuovamente a Luisa. È uno slittamento che fa percepire una certa esitazione nella focalizzazione, facendo rimpiangere, sul piano narrativo, una scelta più netta. Tuttavia, più che un vero squilibrio, questo movimento sembra rispondere alla decisione di sottrarre centralità al singolo personaggio per restituirla a una dimensione più ampia, collettiva.

Una scelta che trova ulteriore conferma nelle parole dell’autrice, che chiarisce nell’introduzione come il romanzo nasca da materiali d’archivio reali, tratti dalle carte del Vicariato di Roma. In questa prospettiva, Le donne di piazza del Fico si avvicina ancora di più a una forma ibrida, a metà tra racconto e ricostruzione storica, in cui l’invenzione non serve a creare, ma a dare voce. Non a caso, la vera protagonista che emerge dal libro è la figura femminile, o meglio, una pluralità di figure femminili restituite alla parola dopo essere rimaste a lungo confinate negli archivi.

Quante esistenze disordinate, e quanto era difficile per le donne conservare quella piccola membrana che le protegge, resistere a ogni seduzione o ricatto, rifiutarsi quando si sperava in una sistemazione migliore o quando si temeva di ritrovarsi in strada senza lavoro. In quel momento Luisa non pensava in termini di onestà e disonestà, di moralità e peccato. Da donna concreta qual era, ragionava piuttosto sul rapporto tra costi e benefici, sul prezzo da pagare per una debolezza o un’illusione e sul guadagno che si aveva nel tener fermi certi confini.

Pelaja sceglie così una via non semplice: raccontare la condizione femminile in un contesto storico senza cedere né alla denuncia esplicita né alla consolazione. Il risultato è un romanzo dalla lingua asciutta e concreta, che non cerca l’immedesimazione a tutti i costi, ma che lascia piuttosto chi legge in una posizione di osservazione, invitando a riconoscere dinamiche che, pur appartenendo al passato, continuano a risuonare nel presente. Le donne di piazza del Fico è, in questo senso, un libro che non si impone con forza immediata, ma che lavora per sottrazione. Non conquista del tutto, ma resta, per quella sua capacità di guardare alla storia da un’angolazione laterale, e di restituire alle sue protagoniste una complessità che sfugge a ogni forma di semplificazione.

 


Casa editrice: Piemme
Collana: Romanzi Storici
pubblicato a:
gennaio 2026
pagine: 192

Sull’autrice: Margherita Pelaja è  stata fra le fondatrici di Memoria. Rivista di storia delle donne e della Società Italiana delle Storiche. Nel campo editoriale è stata autrice e redattrice presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e ha fondato e diretto la casa editrice universitaria Biblink editori. Nata nel 1950, vive a Roma.