Leggermente mossa di Carlo Lei, edito da Revolver Edizioni, è uno di quei libri che si muovono piano, senza urla o effetti, ma che lasciano una scia lunga e ti si appiccicano addosso, perché in quei frammenti non si può fare a meno di ritrovare una parte, più o meno piccola, di sé stessi.

L’autore costruisce la storia di Carlo Lei e Carmela De Ciccoli, due artisti molto diversi per inclinazione e attitudine, come una sequenza di frammenti – lettere, riflessioni, fotografie, episodi sparsi – che compongono la lunga prefazione che Carlo scrive per il romanzo d’esordio di Carmela.

Un espediente che mette in scena una relazione inquieta, minata da un rapporto altrettanto contraddittorio con l’arte: per Carlo è un’aspirazione, il tentativo di definirsi, di trovare un’identità che gli sfugge; per Carmela, invece, è vita stessa.

Carlo e Carmela si amano e si respingono, si cercano e si misurano, e l’arte diventa il terreno dello scontro: lei attraversa con naturalezza diverse forme espressive –  pittura, performance, scrittura –  alla continua ricerca del suo talento; lui, che la ama ma vive la fatica del confronto, è invidioso e  minimizza ciò che lei riesce a fare con spontaneità. Spontaneità solo esteriore, perché lei si vede con gli occhi di Carlo, non si sente all’altezza, non riconosce il suo valore: Carmela è “la solita ignorante napoletana, una povera fanciulla oscura e buona a nulla”, sempre sudaticcia, fuori posto, fuori fuoco, sempre leggermente mossa.

“Con te non sono mai nemmeno riuscita a finire una frase senza che mi interrompessi. A volte persino da sola, mi sono interrotta, sotto il tuo sguardo. La mia mediocrità e la mia incapacità si sono sempre specchiate limpidamente in te.”

Con la voce di chi osserva –  una voce elegante che conosce la misura e sa giocare con i registri – e si interroga con un’ironia leggera ma anche con un senso di resa, Carlo Lei scrive un romanzo forse semplice, sicuramente stratificato: una lente d’ingrandimento sulla vulnerabilità di chi vive attraverso l’arte, su cosa significhi creare quando il riconoscimento non arriva, o arriva solo per gli altri; un romanzo fatto di tensioni silenziose, dove l’amore è al tempo stesso legame e ferita, rivelazione e perdita.

“Non capisco cosa sia questo amore, come funzioni, non è attrazione, non è stima, non è desiderio, assomiglia a un senso di invidia, di autodifesa, a una vendetta, un trionfo coloniale, ed è veramente qualcosa di disgustoso letterario decadente inestricabile viscerale. Mi è entrato nelle vene, non posso più farne a meno.”

Il loro rapporto è un nodo di dipendenza e sabotaggio emotivo, reso ancora più feroce dal fatto che Carmela realizza ciò che per Carlo resta un’aspirazione irraggiungibile: scrivere un libro.

“No, Carmela non può, con tutto l’affetto eccetera, essere stata in grado di… Ce la vedo chiusa ore e ore davanti al computer? Avrà vomitato una confessione. Ecco, sì. Una confessione.”

Trappola, quella del realismo confessionale, in cui l’autore non cade mai: Carlo Lei presta al narratore sia il nome che il mestiere, ma non offre appigli per stabilire dove finisca l’invenzione e dove inizi l’esperienza, e lo fa con una maestria quasi spiazzante perché, per il lettore, conoscere quel confine non è importante.

Leggermente mossa restituisce all’autofiction la sua funzione originaria di finzione veritiera, non un esercizio di esposizione personale, ma un dispositivo narrativo per interrogare il sé e i suoi limiti. Ben lontano da derive narcisistiche, l’autore si nasconde in bella vista, a dimostrazione del fatto che si può felicemente abitare il crinale tra realtà e finzione lasciando l’ego fuori casa. Finalmente.

 


Casa editrice: Revolver Edizioni
Collana: Eleanor
Pubblicato a: giugno 2025
N. pagine: 141

Sull’autore: Carlo Lei è insegnante e critico teatrale. Oltre che di teatro, scrive di tante altre cose, in poesia come in prosa. È nato nel 1982 a Roma, città in cui vive.