Pubblicate in 222 copie dall’editore romano Bardi nel 1950, a spese dell’autore, le Favole della dittatura marcano l’avvio della fruttuosa avventura letteraria di Leonardo Sciascia. Per chi conosce l’opera successiva dello scrittore siciliano questo breve componimento allegorico può suonare piuttosto come un’eccezione, e non l’incipit di una regola: di stile, di temi e di ambientazioni. Le 27 favolette hanno come protagonisti cani, gatti, topi e tutti gli altri animali che popolano l’universo classico di riferimento del genere; sono ambientate in un tempo senza tempo, su un palcoscenico senza caratterizzazioni né identità precise; durano pochi secondi nella lettura, a volte si esauriscono in appena due frasi e sviluppano una storia che si apre e si chiude subito in tratteggi scarni e incisivi. Non c’è la Sicilia che fa da sfondo alla maggioranza della sua produzione; non ci sono donne e uomini, le figure archetipe che fanno la fortuna dei suoi romanzi più celebri (il farmacista, il prete, il commissario, il mafioso). Più del consueto linguaggio asciutto e preciso teso a fornire senza inutili arabeschi la realtà delle cose, o ancora meglio, la loro verità, una voce che sembra sgorgare dal ticchettio di una macchina da scrivere che si affretta a battere per non farsi sfuggire la vita che passa davanti, le favole sembrano cesellate su terracotta, come ebbe a dire Pier Paolo Pasolini recensendole e paragonandole “al quadretto di genere alessandrino, alla maiolica orientale”.  

Questa distanza così apparentemente chiara, tale discordanza di suoni, paesaggi e personaggi sembrò così evidente allo stesso autore che decise addirittura di escludere il suo esordio dalla collezione Opere curata da Claude Ambroise con la quale Bompiani nel 1987 celebrava la sua produzione. Eppure proprio tra le sue primissime pagine neglette (Sciascia dichiarò in un’intervista di non possedere nemmeno una copia delle Favole) già si ravvede il nucleo stesso della sua poetica, il fuoco interiore che mosse tutta la sua carriera: e cioè la continua ricerca di un senso di giustizia da ricavare dietro le implacabili meccaniche governate dai rapporti di forza individuali. Una navigazione continua, quella operata dalla penna di Sciascia, nelle dinamiche umane e negli ingranaggi del potere seguendo la stella polare della razionalità e senza soccombere alla facile tentazione del moralismo: nemmeno in queste prime composizioni, che invece per genere e scuola dovrebbero proprio contenere un epilogo didattico, una chiosa morale. 

Se all’autore interessa quindi investigare attraverso le storie che racconta il concetto stesso di giustizia, proprio lì dove giustizia sembra non esserci, nella sproporzione di mezzi e destini tra prepotenti e sottomessi, tra forti e deboli (siano esseri umani o animali), se quindi mira a definire un’idea universale al di là delle incarnazioni storiche, può essere infine utile, oggi, dare un significato al titolo scelto per la raccolta e capire se Sciascia, allora, parlasse del ventennio fascista che l’Italia si era appena scrollata di dosso, o se invece alludesse ad altre distorsioni del vivere civile, come lo stalinismo che nel ‘50 era già percepito come minaccia per il Paese liberato? 

Prima di essere raccolte nel volume Favole della dittatura, sei di queste storielle furono pubblicate da Sciascia nel 1948 sul quotidiano «Sicilia del Popolo», edizione locale dell’organo di stampa della Dc, sotto il titolo Favole per il dittatore. Un avvertimento in forma artistica, sulle pagine ufficiali del mondo democristiano, contro il Despota che comandava in Russia o una critica a cose fatte verso Mussolini e chi lo aveva seguito? Poco importa ricostruire oggi le tensioni politiche di allora, concentrandosi invece sul senso di un’opera prima che, oltre alla testimonianza del tempo, mostra già una tensione che andrà sviluppandosi nel corso degli anni. 

Certamente rimane ai posteri la condanna senza appello, espressa da Sciascia nel 1979, verso la Sicilia fascista nella quale era cresciuto: “una società doppiamente non giusta, doppiamente non libera, doppiamente non razionale”. Sono questi i criteri che guideranno sempre la sua parabola intellettuale portandolo anche a duri scontri culturali e personali (si pensi soltanto alla polemica sull’antimafia): le dittature, da qualunque idea politica esse derivino, non sono favole anche se così possono essere raccontate nell’universo della letteratura, e contro ogni manifestazione della loro prepotenza va utilizzata ogni giorno, ad ogni pagina, soltanto la razionale e libera ricerca della giustizia.

 


Favole della dittatura
Prima edizione: Bardi Editore, 1950
Ultima edizione: Adelphi, 1997

Sull’autore: Leonardo Sciascia (1921-1989), scrittore e saggista siciliano, ha raccontato l’Italia del Novecento tra romanzi, racconti, teatro e saggistica, analizzando con razionalità, rigore stilistico e impegno civile le contraddizioni e le storture del potere. Mafia, politica e giustizia ritornano nei suoi testi come temi dominanti, in parallelo con la sua attività pubblica che culminò con l’elezione in Parlamento. Le sue opere più conosciute, tra le quali Il giorno della civetta (1961), A ciascuno il suo (1966) e Todo modo (1974), replicarono nelle trasposizioni cinematografiche il successo editoriale.