Leggere l’esordio di Ilaria Grando, pubblicato da TerraRossa Edizioni nella collana Sperimentali, è come osservare il moto e le diverse forme che può assumere l’acqua. Rapida e impetuosa come un fiume, nel ritmo della narrazione alimentato dall’urgenza di scrivere; vorticosa, nei mulinelli di ricordi e riflessioni che risucchiano senza tregua, lenta e soffusa, come una pioggia che si posa su parole sussurrate e lacerate; ondivaga, nel movimento non lineare del tempo della memoria che corre avanti e indietro; infine torbida e scura, come un canale veneziano di cui non si riesce a indovinare il fondo.
Lettere minuscole travalica la categoria del romanzo, addentrandosi nel territorio di una prosa lirica, un flusso di coscienza, un diario intimo, che alterna all’immediatezza di una confessione senza filtri quella più costruita di un racconto fatto di rime e assonanze, versi in prosa che però non risultano mai posticci o artificiosi, all’opposto, ne risaltano per contrasto la forza, nuda, di chi espone senza difese una fragilità dolorosa.
“È notte e davanti a un piatto vuoto assembro granelli di lettere minuscole e prego che si perdano tra le righe di storie più lunghe e che si sporchino del sapore di storie più belle, ché il cuore ha bisogno di parole per ricordare e la testa ha bisogno di parole per dimenticare. È notte e allora confesso, ché le cose se le dici di giorno diventano vere, ché le cose se le dici di giorno diventano oggetti, e gli oggetti prendono un posto, e gli oggetti tolgono un posto, e tu di spazio ne hai preso abbastanza, e tu di spazio ne hai tolto abbastanza.”
La protagonista senza nome è una giovane donna alle prese con grandi delusioni amorose, storie con uomini prevaricanti o sfuggenti. Le istantanee dei suoi ricordi tra Venezia, Milano, Londra, New York, Parigi, Nizza sono spettri di amori in cui ha riversato l’anima senza stringere niente tra le mani, se non un’immagine sempre più svuotata di se stessa. La sofferenza che trasuda dalle pagine non è solo generata dai fallimenti delle relazioni con esse, elle o emme – le iniziali minuscole di nomi maschili di cui si vuole ridimensionare l’importanza, al contrario dei nomi di donne che compaiono per intero nel testo, persone amiche e sprazzi luminosi – ma affonda le radici nel ‘male oscuro’, uno stato depressivo che dialoga con i suoi bisogni profondi di donna, con un malessere senza volto che scava dall’interno, fino a desiderare di scomparire.
Il corpo femminile è descritto come un fardello, un elemento che calamita lo sguardo esterno, la sessualità, e allo stesso tempo una prigione opprimente. È il corpo di una donna bambina, esile, vulnerabile, di una ragazza che non si accetta e vorrebbe essere più Donna, come le altre o come l’altra, che aspira ad essere più coraggiosa, non piangere e andare per il mondo a testa alta.“Sii Donna” è una frase che ricorre spesso, sinonimo di sofferenza, di un farsi carico di pesi e sovrastrutture e rispondere all’imperativo di essere forte, perché tale è la prerogativa a cui una donna deve rispondere, per sopravvivere.
“Tra i denti incastrata un’insicurezza, quella di donna ancora bambina che non impara a starsi vicina, a rendere il sesso un passatempo, a restare e vivere dentro il momento.”
Nell’attraversamento di questo fiume di dolore si innesta il ruolo della scrittura. L’io narrante ci mette in guarda, fin dall’inizio: ci racconterà la sua versione della storia ma “la memoria è un casino” e nell’anelito di cogliere il momento giusto (I believe in timing, come recita il gioco di citazioni e controcitazioni dell’esergo e la chiusa del libro) la mente si confonde, il tempo non scorre lineare, i ricordi si affastellano e si sovrappongono. E diventano rivoli che si allontanano dal suo corso principale, mulinelli vorticanti, onde incessanti. Il racconto prende corpo – mentre la protagonista vorrebbe cancellare il suo, di corpo – in lettere minuscole, bisbigliate, scritte al tavolo di una cucina o in riva al canale, con i fantasmi di Anaïs Nin e Francesca Woodman al suo fianco:
“Nell’impossibilità di scegliere attivamente la vita, scelgo attivamente la scrittura. […] Devo stare all’erta. Scrivere a riva è pericoloso, scrivere è pericoloso.”
Tuttavia sono proprio queste parole che danzano, seguendo il suono ritmato di una melodia affilata, che disegnano le pagine secondo un’insolita disposizione – la punteggiatura segue il flusso rompendo le regole, il grassetto usato per evidenziare ma anche collegare i paragrafi e i salti del pensiero, le parentesi che hanno il ruolo di rivelare “cose vere, cose oscene” – a incidersi nel profondo e a prendersi tutto lo spazio.
La scrittura non salva, non in questo caso. La luce filtra in modo debole, nonostante i capitoli si alternino in Buio e Luce, quest’ultima infatti risulta quasi non pervenuta. Ma la scrittura di Ilaria Grando, strumento per auscultare l’inconscio e tentare di ricomporre l’incomunicabile, mentre narra del tentativo di aggrapparsi alla vita, prende essa stessa vita. Ed è tutto ciò che rimane.
Casa editrice: TerraRossa Edizioni
Collana: Sperimentali
Pubblicato a: febbraio 2025
N. pagine: 158
Sull’autrice: Ilaria Grando, classe 1992, si è laureata in Beni Culturali alla Ca’ Foscari di Venezia e ha conseguito un dottorato un dottorato di ricerca in Storia dell’Arte americana presso l’Università di York. Ora vive in Italia e suoi racconti sono stati pubblicati su birò, Nazione Indiana e Risme. Lettere minuscole è il suo romanzo d’esordio.

