Alla fine del 2011 sono andato a vivere sull’Isola della Giudecca a Venezia. Quell’inverno lì, quello del 2011, sull’Isola della Giudecca, c’è stato un freddo, ma un freddo. Certe sere, mi ricordo, tornavo a casa dall’università e il vaporetto, la mia fermata, la saltava: “Fidati, non riusciresti a camminare in banchina, lì al Redentore c’è il ghiaccio, scendi alla prossima”. Io annuivo al macchinista, senza protestare. Scendevo alla fermata successiva, a Zitelle, e tornavo indietro a piedi. Un silenzio, un buio, una solitudine, quel 2011, certi pensieri, avevo nella testa. Ricordo che iniziai anche a correre, avanti e indietro, circa due chilometri e mezzo di isola che ripetevo tre, quattro volte, ogni sera. Lontano dalle rotte turistiche, incontravo pochissime persone e iniziavo così a creare una Venezia tutta nuova, tutta mia, fatta di scorciatoie, di calli che non portavano da nessuna parte e piccoli ponti in legno. Non credo di aver mai amato così visceralmente un posto nel mondo come la Giudecca (forse solo un’altra isola, Ustica). In quel buio, ogni tanto, vedevo accendersi la luce di una finestra e mi chiedevo: chissà chi ci sarà in quella stanza?

Se non fossi stato un lettore ignorante e poco disciplinato quale sono ancora oggi, avrei potuto immaginare dietro una di quelle finestre Daniele del Giudice, uno dei più raffinati scrittori contemporanei. Era sull’Isola della Giudecca da qualche settimana, ricoverato per una malattia che, a poco a poco, gli avrebbe tolto memoria e parole. Ho scoperto questa coincidenza temporale pochi mesi fa, leggendo uno dei libri più intensi che ho incontrato quest’anno, Il mondo che ha fatto di Roberto Ferrucci (La Nave di Teseo). Una (sorta di) biografia di Daniele Del Giudice scritta da chi è stato, prima, un suo studente, e successivamente, un grande amico.

Daniele Del Giudice, io, poi, lo scoprirò tardissimo, troppo tardi. Sarebbero passati ancora dieci anni, era il 2021 e il Campiello gli conferiva il Premio alla Carriera. Lui era venuto a mancare proprio pochi giorni prima, sempre là, sull’Isola della Giudecca. Sentita la notizia, rileggendo le motivazioni della giuria, trovavo queste righe: “Del Giudice ha saputo frequentare la leggerezza – intesa nel senso che proprio Calvino attribuiva a questo temine – facendola incontrare con la profondità di un viaggio permanente, mosso dal dubbio e dalla curiosità.”

L’accostamento al nome di Italo Calvino, le parole dubbio e viaggio permanente catturarono la mia attenzione, feci una ricerca e scelsi di recuperare il suo romanzo d’esordio, Lo stadio di Wimbledon. 

Ho il sano vizio di sottolineare i libri, fare piccoli segni vicino alle frasi che avrei voluto scrivere io, fare le orecchie alla pagina, scrivere commenti, piegare a metà le pagine o strapparle, sì, strapparle. Un’altra cosa che faccio sempre è scrivere nella prima pagina, a matita, il luogo e il giorno in cui ho aperto per la prima volta il volume. La mia copia de Lo Stadio riporta: “Aperto la prima volta il 23 ottobre 2021 all’aeroporto di Bergamo, sto andando da Claudia e Marco a Palermo”. Chi già conosce la storia e le passioni di Daniele Del Giudice avrà notato un’altra coincidenza: il volo.

Questo lungo preambolo è in realtà una fuga. Sto solo cercando di nascondermi dal compito assegnatomi: tratteggiare una descrizione del libro.

Il punto è che Lo stadio di Wimbledon è un libro inclassificabile, non etichettabile, mi vien da dire, non misurabile.

Si muove quasi come un noir, ma non c’è alcun assassinio. Forse è un romanzo di formazione, certo, ma dove lo scatto del cambiamento sembra non arrivare. Un libro senza una trama classica fatta di colpi di scena, ma che si fatica a posare sul comodino per una pausa. Una storia inventata, sì, ma all’interno della quale si muovono personaggi realmente esistiti. Pubblicato nel 1983 da Einaudi, Lo stadio di Wimbledon è una vera e propria linea di ri-partenza del romanzo italiano. Verrebbe da dire: un nuovo decollo.

Daniele Del Giudice dà vita ad un personaggio senza nome che viaggia tra Trieste e Londra alla ricerca di una sola risposta: “Perché Roberto Bazlen non ha mai scritto un libro prima di morire?”

Il protagonista inizia così a cercare chi ha conosciuto e amato Bazlen, uno dei più importanti critici letterari del suo tempo. Di intervista in intervista, sembra avvicinarsi sempre di più alla risposta. Non solo, sembra quasi avvicinarsi anche a un incontro con lo stesso Bazlen: un incontro ovviamente impossibile, ma la sensazione rimane.

Il narratore viaggia tra il mistero e le inquietudini di chi vorrebbe iniziare a scrivere, ma ha questa paura senza una forma precisa dentro sé che non riesce ad affrontare. È come se continuamente il protagonista dicesse sottovoce Quel che è successo a Bazlen può accadere anche a me? Un timore che prende la consistenza di un virus, quasi una malattia. E allora bisogna girare la pagina per capire meglio, per cercare ancora tra i non detti. Perché Bazlen ha fatto quella scelta? Lui che, si dice, avrebbe potuto scrivere un capolavoro, perché non ha lasciato nemmeno una riga? Inizia a formarsi un’altra domanda nel protagonista (e nel lettore): è meglio scrivere della vita delle persone o è meglio viverle, spingendole, se possibile, verso un futuro migliore?

Mentre rileggevo per l’ennesima volta Lo stadio di Wimbledon per scrivere queste righe, mi sono accorto che è un testo così semplicemente complesso che risulta essere una vera e propria scuola di scrittura in miniatura. Per chi vuole iniziare a scrivere, ma anche per chi ha già scritto e vuole capire meglio perché nella pancia, alla fine, nonostante tutto, quell’inquietudine non sparisce mai. Anzi, scava, e scava, e scava. Una scuola di scrittura divisa per lezioni.

Lezione 1: il motore.
Bazlen è (cinematograficamente parlando) un MacGuffin straordinario ed elegante. Lo si cita, lo si descrive, se ne parla, ma è solo una “scusa narrativa”, un espediente per muoversi, analizzarsi, raccontare a sé stessi angosce e ansie. Per provare ad ascoltare la propria voce. Sia per il protagonista, sia per il lettore.

Lezione 2: le descrizioni.
Dove metterle? Come metterle? Come rispettare il lettore? Per fare un esempio concreto, il capitolo 5 è un gioiello. La descrizione del volo, grande passione di Daniele Del Giudice, è cesellata, millimetrica, essenziale. Tecnica e poetica. Soprattutto, cosa per nulla scontata quando si parla di descrizioni: necessaria. Vedere la naturalezza con la quale lo scrittore delinea il viaggio, cita la radiale 292 o la Carta di Mercatore, è una lezione di equilibrismo della penna “con la soddisfazione che dànno movimenti misurati attorno ad interruttori di precisione”.

Lezione 3: i dialoghi.
Talvolta punto debole di molti scrittori e scrittrici, Del Giudice spinge ogni incontro con misura e incastri sonori che ricordano la complessità dei meccanismi di secondi-minuti-ore di un contatore del tempo. Essenziale e asciutto, mai scarno. 

Lezione 4: la ricerca, il viaggio.
In un buon romanzo, la tensione non raggiunge l’apice nelle pagine finali, non scioglie i propri nodi nelle ultime righe. Quello, casomai, è il racconto. Nel romanzo d’esordio di Daniele Del Giudice, l’ossessione che muove il protagonista fino a Londra si scioglie in un finale che, come un’onda di risacca, allontanerà con lentezza il protagonista dalla riva ricercata. La capacità di esplorare il tempo, le percezioni e i dubbi, in questa e in tutte le opere di Daniele Del Giudice, rimane una dei tratti caratteristici più alti dello scrittore veneziano (di adozione).

Lezione 5: lo stile.
La scrittura di Daniele Del Giudice, lo capirete dalle prime righe se non lo avete mai letto, è luminosa e sostiene la pagina con raffinatezza. Altalenante tra un vocabolario quasi scientifico e la semplicità di una voce quotidiana. Tra tutti i misteri nascosti ne Lo stadio di Wimbledon, la scrittura di Del Giudice è senza dubbio tra i più insondabili. È di grande classe, mai barocca, ma sembra fatta di una pasta indecifrabile. Proprio quando ti sembra di averla intuita… sfugge, nuovamente, per sfaldarsi e ricostruirsi ancora in una cartografia di parole che delinea nuovi confini, nuovi mari, nuove isole. Ancora oggi. Soprattutto oggi.

 


Prima edizione italiana: Lo stadio di Wimbledon 
Casa editrice: Einaudi

Collana: Nuovi Coralli
Anno pubblicazione: 
1983
N. pagine: 
127

Sull’autore: Daniele Del Giudice è nato a Roma nel luglio del 1949; è stato uno scrittore italiano di grande rilievo nel panorama letterario contemporaneo. Dopo un esordio come critico e giornalista, pubblicò con Einaudi nel 1983 il romanzo Lo stadio di Wimbledon, scoperto e sostenuto da Italo Calvino. Con Atlante occidentale (Einaudi, 1985) ottenne notorietà internazionale, intrecciando scienza e letteratura in un dialogo originale che resterà cifra distintiva della sua scrittura. Daniele Del Giudice è morto a Venezia il 2 settembre 2021.

Altre pubblicazioni: Nel museo di Reims (Mondadori, 1988), Staccando l’ombra da terra (Einaudi, 1994), Mania (1997), Orizzonte Mobile (Einaudi, 2009), In questa luce (2013).