Silvia sta per compiere undici anni ed è bravissima, la più brava della scuola. Dunque, solo una bambina un po’ speciale con davanti a sé un cammino che dovrebbe essere normale. E invece, gli anni successivi peseranno su di lei come macigni, plasmando un racconto che, nella penna esordiente di Maria Pacifico, graffia il cuore di chi legge.
“Silvia è vecchia di cento anni, consumata da cento anni, sporca da mille anni. Non arrossisce e non si sorprende… con la stanchezza improvvisa di chi viene da molto lontano e non lo può dire.”
Eh sì, perché ne L’odore del lupo (Ponte alle Grazie), Silvia l’odore acre e ripugnante del lupo lo sente davvero, sudicio, invadente, devastante. La belva, con “una faccia appuntita e unta”, è uno di quei classici amici di famiglia che si fanno chiamare zii, così gentili che lasci loro aperta la casa e l’integrità di tua figlia. Però non siamo solo dentro una dolorosa storia di pedofilia: qui, oltre a una bambina cresciuta troppo presto, è raccontato e portato in giudizio tutto l’ambiente che la circonda e che ne determina scelte, atteggiamenti e nevrosi, in primis la famiglia, naturalmente. Per certi aspetti non potevano capitare a Silvia genitori peggiori: ansiosi, assenti ma fondamentalmente buoni, con i quali perciò è difficile prendersela più di tanto. E però, soprattutto la madre non le dà tregua perché non le basta che sia studiosa e brava:
“Lei ha sempre sperato che non dare problemi le consentisse di starsene in pace, ma la donna si lamenta: non racconti mai niente, e poi, va bene che sei brava, ma guarda che non basta. Non basta mai.”
Poi c’è suo padre, uomo di studi e professore, intelligente ma ipocrita. Preferirà non sapere, più figlio di sua figlia:
“Sembravo grande, ed evidentemente mio padre no. Si sa che tra due figli una madre sceglie sempre quello più fragile. Mia madre non ha scelto me.”
Cosa puoi fare con dei genitori così, se non tacere e venire schiacciata dalla responsabilità e dai sensi di colpa, quando l’incomprensione fa più male della violenza subita?
“Io le parole le avevo cercate, e con loro le cause, gli scopi. Per come ero capace, per come potevo. Non ho proposto solo il silenzio: voi, come avete risposto?”
Silvia ha un bisogno vitale di essere vista, per lei è indispensabile che, pur non sapendo, intorno a sé si accorgano di quanto coraggio ha dovuto caricare sulle sue giovani spalle per sopportare il male subito. Per questo cercherà di essere perfetta:
“Quando il talento incontra la paura, costruiamo con grazia e dannazione i nostri piccoli inferni personali. Se tutto è perfetto, lei è al sicuro, lontano da quel senso di vertigine infinita…”
Silvia è sola, le arrivano le prime mestruazioni ma sua madre chiama l’assorbente pannicello: e come affrontare i problemi se si ha paura delle parole?
“All’improvviso si sente goffa. Non ce l’ha con il sangue, le sembra naturale. È questa parola brutta, pannicello, che le rimane appiccicata addosso, una parola diminutiva, approssimativa, che va bene per la pipì dei neonati e le insinua il dubbio di doversi vergognare di qualcosa. Assorbenti, si chiamano assorbenti e lei lo sa.”
La bambina diventa ragazza, si fa le sue amicizie e le perde: risalta, nei suoi tratti così ben caratterizzati dall’autrice, l’amica Nina, tanto diversa e alternativa al mondo della protagonista da esserne il controcanto indispensabile alla formazione della sua personalità. Compressa da un peso insostenibile, Silvia è sempre più alla ricerca di un ordine nella vita, una logica che la incaselli. Ma il lupo non perde occasione per ululare, le violenze subite hanno creato una frattura tra lei e chi non riesce a vedere quello che le sta accadendo, chi non si accorge che per difendersi sta costruendo muri e schermi sempre più spessi. Arriverà alla fine uno sguardo amico, un medico di cui potersi fidare, qualcuno che finalmente la riconosce, la comprende, la rende vera:
“Silvia. Mi chiamo Silvia. […] Chiamarsi come una poesia. Si può poi diventare reali? Ora che entro nella stanza del medico inizio dal nome, almeno so cosa dire. Silvia, mi chiamo Silvia: e fino a qui, ci siamo.”
Uno sguardo che sa vedere sul serio:
“Annuisce, ma non come prima: lui è d’accordo con me. Non so a proposito di cosa, ma è d’accordo.”
Maria Pacifico – sembra che il suo sia uno pseudonimo – trova una voce perfettamente accordata ai processi mentali della protagonista, riuscendo a mantenere sempre una scrittura equilibrata e abile nel maneggiare un argomento tanto delicato. Tutti gli altri personaggi, anche i meno importanti, sono ben delineati, mediati dallo specchio della mente iperattiva di Silvia, capace di costruire una realtà possibile e rassicurante che l’aiuta a salvarsi, a sentirsi finalmente normale:
“Ah, dottore, a proposito, ho appena fatto la maturità. Non sono stata la più brava.”
Casa editrice: Ponte alle Grazie
collana: scrittori
pubblicato a: gennaio 2026
pagine: 192
Sull’autrice: Maria Pacifico – uno pseudonimo – vive a Milano. L’odore del lupo è il suo primo romanzo ed è attualmente in corso di traduzione in Francia.

