Maleuforia, esordio di Deborah D’Addetta per Giulio Perrone Editore, è un romanzo scritto bene. Potrebbe sembrare una considerazione banale, ma (purtroppo) non lo è. La penna dell’autrice, pugliese ma napoletana d’adozione, è fine, delicata, eppure precisa precisa. La lingua che utilizza prende in prestito dal dialetto, rafforza gli aggettivi raddoppiandoli, ricalca, con orecchio attento, una sintassi tutta napoletana; è in grado di ricreare registri bassi senza cadere nei cliché e nelle forzature linguistiche. Sperimenta con le univerbazioni e con le relative troncate da un punto – “e io avevo pianto perché quell’inganno non era durato che un istante, un istante che.”: frasi spezzate che non dicono, ma sono in grado di suggerire ed evocare, di spingere il lettore all’immaginazione. 

Ma cos’è la maleuforia? Un sentimento malcelato, un’inquietudine, una pucundria, che “sembrava stare bene con tutto, con l’abbattimento, l’amarezza, il rimpianto, la nostalgia, il gusto romantico per la rovina”. A descriverla è Raffaele De Palma, protagonista adolescente di questo romanzo di formazione ambientato a Napoli negli anni Ottanta. Nella città piena di nomi e di edicole votive, “frammentata come un  puzzle a cui manca sempre un tassello, o forse eccede di due o tre”, rumorosa di grida e motorini, Raffaele abbandona la casa di nonna Porzia, gli schiaffi e i lividi, per trovare asilo nel bordello di Donna Sofia. Qui, nella penombra delle stanze e dei corridoi, tra lustrini, topi e biancheria sdrucita, imparerà a vivere con i consigli di prostitute e femminielli, conoscerà il suo corpo – abitato da una lei, un demonio, un altro sé in forma di femmina – e se ne impadronirà, finalmente, rinascendo come Lèmon, il veronome che battezza la sua anima ermafrodita e la sua nuova vita da puttana.

“Il bordello è pieno di persone, i volti ricamati d’ombra e luce di candele. Qualcuno sospira, qualcun altro canticchia una nenia. Intorno al mio letto ci sono delle sedie vuote, aspettano solo che. Il prete spretato bisbiglia orapronobis, scatti di polso agitano vento e ventaglio, un boa di piume sfarfalla, profumo denso dei mazzetti di fiori. Sta virando verso il rancido, come il sudore degli ospiti, come il mio corpo morto.”

Il romanzo, lungo ma piacevolissimo, è diviso in due parti: nella prima, la fuga, il disagio di un ragazzino che vuole essere altro, ma non sa ancora cosa, non sa ancora chi, l’arrivo nella casa di malaffare, e poi Donna Sofia, Maria, Linda, Pipù, Denise, Cleo, i clienti; un caleidoscopio di volti, di vite, di voci – la struttura è corale, ciascuno dei personaggi parla in prima persona e D’Addetta sa renderli differenti. Nella seconda parte Lèmon cambia scenario, vive nella villa bianca del Cavaliere, esplora il suo desiderio, conosce gli uomini e la strada, segue la parabola discendente del suo destino camminando sui tacchi, imbottita di ormoni, illuminata dai fari delle auto che passano e dalle luci al neon dei locali.

Come tutte le persone che si sentono sole, non aspettavo altro che un contenitore in cui travasare me stessa, in cui trovare una forma, ma non al corpo, del mio corpo si occupava già l’ombra densa che mi pesava sullo stomaco.

L’atmosfera rispecchia e si adatta all’ evoluzione del protagonista: ora cupa, densa di fumo di sigaretta, inquieta, ora scherzosa, ingenua, tutta luce piena che entra da una vetrata affacciata sul mare. Sullo sfondo, Napoli: i Ponti Rossi, Porta Capuana, Via Foria, Via Crispi, la baia delle Rocce Verdi. Le viscere della città e i suoi spazi di respiro, la miseria e la fede, tratteggiati eppure tangibili, mai sviliti a cartoline posticce. L’autrice alterna toni lirici e irriverenti, dosa ironia e malinconia, per parlarci di temi enormi e sfuggenti come l’inadeguatezza, l’amore, l’inquietudine e l’identità. E ci riesce benissimo: “Maleuforia è malafemmena, malacrianza, maleservizio, malaparata, malalengua, malaciorta, malarazza, malacarne, malacqua, malommo: è tutte quelle cose che sembrano trascinare il male e la tristezza e la nostalgia, ma che nel fondo fangoso della loro natura lasciano intravedere la grazia, l’incanto, la perfezione delle cose incompiute”.

 


Casa Editrice: Giulio Perrone
Collana: Hinc
Pubblicato a:
maggio 2024
N. pagine: 352

Sull’autrice: Deborah D’Addetta, pugliese classe 1986, vive a Napoli. Scrive per Italy Segreta, Mar dei Sargassi, Critica letteraria e altre riviste online. Fa parte del collettivo Spaghetti Writers, di cui è anche redattrice.