Esordire con una grande saga familiare siciliana è stata una scelta coraggiosa per Antonio Popolo Rubbio, che con Einaudi inserisce il suo romanzo in un filone letterario fertile e perlopiù abitato da solide scritture femminili. L’inquadratura che sceglie, con prosa elegantissima e musicale, è quella di illuminare da sud le grandi contraddizioni del Novecento, i contrasti tra modernità e superstizione, i primi cedimenti del patriarcato.

Mavarìa – titolo del romanzo che in siciliano significa malocchio, maledizione, sortilegio, diavoleria, cosa stramba – attraversa il secolo scorso in un lunghissimo battito d’ali, che per quasi cinquecento pagine accompagna la dinastia dei Bonsangue di Ortigia. Una dinastia non ricca né nobile che procede solo apparentemente per asse maschile, dal capostipite Prospero al discendente Fortunato, ai suoi cinque figli Luciano, Salvatore, Rosario, Adriano, Carmelo fino all’erede  di quest’ultimo, Orfeo.

Uomini la cui sorte sembra essere accompagnata da una invisibile maledizione, che in qualche modo sovrintende una lunga catena di lutti, incidenti e disgrazie a cui ogni volta soccombono, già arresi di fronte all’inevitabile. Accanto a loro donne che ‘mandano avanti le cose’ come possono. La bussola di Fortunato sarà sempre sua moglie Caterina.

“Si incontrarono per la prima volta nella bottega di un sarto. Lei cercava dei rocchetti di filo, lui una camicia su misura come i gran signori, e invece ci rimediò una moglie.”

Fortemente  protettiva verso marito e figli, Caterina è allo stesso tempo portatrice di un dolore antico, destinato a rinnovarsi nel corso della sua vita: non riuscirà mai a contrastare la mavarìa e vivrà tutta la vita nella paura che possa accadere qualcosa di peggio.

“Mentre assaggiava i suoi sughi per evitare di pronunciare altre parole di collera, un misto di basilico e aglio le si mescolava all’amaro in bocca.”

I cinque fratelli Bonsangue sembrano promettere grandi imprese, come ogni saga che si rispetti. Condividono un’infanzia spensierata tra i vicoli e il mare di Ortigia, prima di scontrarsi bruscamente con il proprio destino.

“Cinque maschi, i fratelli Bonsangue: la casa al vicolo dell’Arco divenne presto il teatro emotivo di quei maestri urlatori e campioni di lividi sulle natiche, calzini puzzolenti e maniche strappate, primi ballerini nel grande spettacolo della sopportazione materna.”

La vita non sarà generosa con nessuno di loro: morte, malattia, scelte sbagliate adombreranno le loro esistenze, forse guidate dai fili della malasorte, e finiranno per allontanarli l’uno dall’altro, in diversi modi. Uno solo, Adriano, sceglierà di abbandonare la famiglia senza voltarsi indietro e senza cedere alla minaccia della mavarìa.

Seguiremo più da vicino la vita familiare del secondogenito Carmelo, che pur avendo sposato Brigida, vivace figlia di un pescivendolo, sceglierà di rinunciare all’amore per la pesca e per la sua Ortigia per un lavoro sicuro e ripetitivo a Catania. Le sue contraddizioni, il dolore non affrontato per la perdita di uno dei fratelli e il latente senso di impotenza ne faranno un uomo infelice e tormentato. Suo figlio Orfeo, ultima generazione dei Bonsangue, sembra aver ereditato la sua disperazione e la sua debolezza, ma trasportata in un tempo ancora più difficile.

Brigida sarà in qualche modo la guida di entrambi e rappresenterà nella vicenda la figura del cambiamento. Da sempre inquieta e battagliera, affronterà la malasorte a viso aperto e lo farà con l’aiuto silenzioso della sua padrona di casa, la misteriosa e muta ‘maga buona’ Amarilli Alaimo, mavàra del luogo, a cui molti si rivolgono per guarire il dolore e scongiurare il malocchio. 

“Era così che le donne come Amarilli Alaimo potevano dialogare con la luce e con l’ombra. E poco importava cosa fossero le donne come lei, o come le chiamavano, matri, animulare o mavàre. Alla fine di tutto, importava solo decidere da che parte stare, se sciogliere tempeste o trasformarsi in animali, invocare demoni o cacciarli.”

Sarà il lungo legame silenzioso tra le due donne, più che il sortilegio, a dare a Brigida la forza di andare all’origine della sfortuna – vera o presunta – ma soprattutto dei segreti dei Bonsangue per spezzare la catena e per salvare suo figlio Orfeo dalle sue ossessioni.

Il romanzo si chiude con un registro diverso da quello con cui è iniziato. Il passaggio di testimone tra un personaggio e l’altro procede lungo i progressivi cambiamenti culturali del Novecento fino a qualche decennio fa, lasciando sulla scena un personaggio tridimensionale, una donna in grado di contrastare da sola arretratezza e pregiudizio. Il contrasto di genere emerge potente: da un lato la componente maschile è vittima dell’ereditarietà del trauma, dall’altro quella femminile è capace di mediare tra ragione moderna e superstizione  pur di deviare il corso del destino.

“Brigida rise, rise come quelle donne che riconoscevano l’amore, rise come tutte le donne che prima di lei avevano amato qualcuno su una barca e negli occhi della persona che avevano davanti vedevano tutte le direzioni che avrebbero potuto prendere. Poi proseguì, dicendogli che dalle gonadi si producevano i gameti, e che i gameti venivano sprigionati in mare e dalla loro unione si creavano nuovi esseri.”

La solida penna di Popolo Rubbio innesta felicemente la lingua siciliana nella narrazione, restituendoci le tradizioni e le superstizioni di un Sud che si evolve lentamente e allo stesso tempo una fine analisi psicologica dei personaggi lungo le generazioni. La meticolosa costruzione di un romanzo così imponente fa pensare a una stesura di lungo corso che racchiude molta cura e ricerca, e che rende davvero notevole la prima prova di un autore che aspettiamo di leggere ancora.

 


Casa editrice: Einaudi
Collana:
I coralli
Pubblicato a: giugno 2026
N. pagine: 496

Sull’autore: Antonio Popolo Rubbio è nato a Siracusa nel 1989 e lavora a Milano come cardiologo e ricercatore. Mavarìa è il suo primo romanzo.