“Nel 1980 avevo dieci anni e non capivo niente”, è questo che pensa Gina, quando all’improvviso la vita che conosce si scompone in un caleidoscopio impazzito. Suo padre, direttore di banca ed esponente della Dc, si trasforma in un ‘latitante’. 

Gina è la prima della classe, ma non corre a cercare la parola nuova nel vocabolario, la conserva intatta nella testa, con una certa riverenza; scopre così che le parole non ancora contaminate dalla realtà sono più fertili. 

Il romanzo nasce dalla frizione tra l’immaginazione di una bambina e la vita della famiglia che s’inceppa a causa degli scossoni della Storia. Leggerlo è un po’ come precipitare dentro un suo disegno, i fiori sono grandi quanto le case, i genitori sono altissimi e non si tengono per mano, i camorristi sono “dei poliziotti in borghese”. Gina trasporta sulla pagina pezzi del passato di Enrica Ferrara: Mia madre guidava una Cinquecento gialla è il suo primo romanzo, che Fazi editore pubblica nella storica collana di narrativa. Il personaggio di Mario Carafa, politico democristiano che scompare dalla vita pubblica nel 1980, è ispirato alla figura di suo padre Angelo. 

La narrazione segue una doppia linea temporale, Gina è assieme una bambina di dieci anni e una liceale: la voce infantile sviluppa il racconto del 1980, “un lungo anno di orrore che mi trascinavo dietro come la coda di una cometa nera”, l’anno in cui il padre si dà alla fuga e il terremoto dell’Irpinia squassa anche la città di Napoli; la voce adolescente invece, come un contrappunto seminato lungo l’arco del libro, racconta le ore di una giornata autunnale del 1987, quando Gina rivede il padre dopo sette anni di assenza. 

La latitanza genera un fantasma quasi corporeo, presente in ogni stanza della casa, così come per le strade di Napoli; quando ricompare a bordo dell’Alfetta e grondante profumo, Mario Carafa è uomo e fantasma allo stesso tempo. È vistoso quanto la sua auto, un gigante che ha idee chiarissime sulla vita e le esprime senza peli sulla lingua. Ma è anche il padre che tutti desiderano, quello che ti stritola in un abbraccio, che ti implora di fumare, pure se hai sedici anni e compri le Multifilter di nascosto, e si canzona da sé, con fiera autoironia. È difficile resistere a un padre così vivo, anche se è “un latitante, uno che per definizione è già uno scomparso, uno che non esiste”.

“Pensavo alla parola ‘latitante’ e la testa mi si riempiva di immagini nuove e misteriose, con uomini in fuga su spiagge battute dal vento, aerei in rotta verso isole lontane, macchine da corsa con piloti infagottate in tute mimetiche. Tutti questi eroi avevano immancabilmente il volto di mio padre e la sua sagoma, nelle immagini che scorrevano rapide sullo schermo della mia mente, compariva sempre di profilo e in atto di fuga. Era questa l’idea principale che la parola latitante mi aveva evocato: quella di uno che si mette ‘di lato’ e così facendo compie azioni grandiose.”

Gina adolescente vorrebbe tenergli testa, sgonfiare l’immagine che il vuoto ha alimentato, tenere le parti della madre. “Non dimenticarti mai che quello che sei lo devi a mamma”, la incalza la sorella più grande. Ma la madre è schiacciata nel ruolo di moglie imbronciata, sempre pronta allo scontro. Per buona parte della storia si definisce in negativo; c’è un’aura di fragilità attorno alla sua figura e qualcosa di scoperto, sempre alla ricerca di protezione. È in costante reazione; anche quando sembra tranquilla, la sua lingua diventa un’arma, i suoi commenti acuminati come degli spiedi. Gina è confusa: la verità sguiscia dalle sue mani in continuazione, si scompone in un coro disordinato in cui ognuno canta la sua versione. Anche quando vuole considerare tutte le angolazioni, torna sempre al punto di partenza, divisa tra padre e madre, perché ogni prospettiva sulla storia è giusta.

Montato sull’alternanza delle due voci, il romanzo ne sfrutta il passo diverso per avanzare. Gina bambina costruisce la sua storia intorno all’assenza della figura paterna e il ritmo è dato dal desiderio e dalla mancanza; Gina adolescente porta avanti la sua indagine con tono inquisitorio, lì il movimento è quello sincopato delle domande e dell’assedio. Questa doppia cadenza è il tallone d’Achille del romanzo: l’alternanza delle voci crea movimento, ma riduce la possibilità di respiro del presente, che resta la parte più debole; inoltre il confronto con il padre rimane appeso e si risolve solo in chiusura, in un finale un po’edulcorato. 

Gina è adulta, è diventata una scrittrice e ha gli strumenti per riallineare la storia alla verità. Questa verità che il lettore può solo dedurre e che resta taciuta, è il cuore pulsante del libro. 

Gina adolescente si consuma al pensiero di toccarla, ma la verità, plurale e capricciosa, non si lascia raggiungere. In realtà è la Gina bambina a possederne la chiave, lei che cerca sempre di tenere le fila di tutto e che ha trovato un nuovo punto da cui guardare il mondo: non lo deve guardare muovendo dal desiderio, né dal rifiuto, ma stando nel mezzo; da quella distanza tutti diventano comprensibili e si può perdonare. La capacità di stare in un punto mediano, che appartiene ai bambini, si perde, non arriva alla Gina adolescente, combattiva ma già disunita e troppo debole come personaggio perché la storia possa concludersi a pieno.

Se la prima impressione è che la storia giri intorno alla figura paterna, leggendo ci si accorge che il romanzo è un trittico: sui pannelli laterali, in successione, ci sono i due genitori e al centro c’è Gina. È la storia del riscatto del padre, ma è anche la storia dell’emancipazione materna, e quando i pannelli della pala si chiudono, la storia è ricomposta. Il perno è Gina bambina, che capisce molto più degli adulti, proprio perché è senza filtri. “Io non ero né carne né pesce, né bambina né adulta”: nella grazia di questo momento anfibio c’è l’innocenza necessaria per decifrare, smontare e rimontare la vita nel verso buono.


Casa editrice: Fazi Editore
Collana: Le strade
Pubblicato a: febbraio 2024
N. pagine: 300

Sull’autrice:
Enrica Ferrara è nata a Napoli ma vive in Irlanda da più di venti anni. Insegna al Trinity College e collabora con l’Istituto di Cultura Italiano a Dublino. Scrive saggi e recensioni in italiano e in inglese. Nel 2023 ha fondato il Festival di Letteratura Italiana e Irlandese in Irlanda (FIILI).