«La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso» scrive Italo Calvino nelle Lezioni americane e questa sua considerazione sembra essere il quadro perfetto di Morire a Long Beach di Venita Blackburn. Un romanzo audace in cui lutto, solitudine e forti legami affettivi si fondono e confondono Coral, una scrittrice che si ritrova a gestire la morte del fratello Jay.
Quando i paramedici portano via il corpo del fratello, il peso dell’assenza diventa un macigno e si manifesta in ogni oggetto presente nell’appartamento. Il cellulare continua a ricevere messaggi e notifiche, qualcuno cerca Jay come avviene normalmente e Coral, che dovrebbe avvertire subito parenti e conoscenti dell’avvenuto, decide di temporeggiare e di rispondere ai vari messaggi fingendosi lui.

Le persone sono ambigue sia in quanto società sia come individui. Condurre più vite in antitesi fa parte della loro cultura.

Si immedesima nella vita di un’altra persona, scoprendo quelle sfumature e debolezze inaccessibili che solo uno smartphone, ormai, può contenere. Coral non si cura della privacy del defunto e continua a mantenere le relazioni del fratello con naturalezza, quasi con divertimento. Nel frattempo coltiva anche i suoi interessi: scrive le sue storie, partecipa alle presentazioni del suo libro, frequenta ragazze su app di incontri; in sostanza si ritrova a vivere due vite.
Blackburn utilizza un registro colloquiale e sperimentale in cui la narrazione è alternata a salti temporali che spostano l’attenzione alla sua infanzia: una madre distante, un padre amorevole e premuroso e un fratello minore da proteggere.

Per le persone, divertirsi equivale spesso a prendere parte a scenari deprimenti, sempre più stanche ma convinte di fare la felicità di uno dei loro cari.

Poche certezze che nell’età adulta vengono spazzate via quando l’ultimo legame con la sua “vecchia vita” scompare. Senza Jay, Coral è sola, perduta in un mondo in cui non si rispecchia e per cui non si sente pronta. Si adegua alle circostanze che la società impone ma tutto le scivola addosso senza particolare coinvolgimento, senza reale interesse. Una forma di inettitudine che ricorderebbe i classici antieroi novecenteschi, inadatti a vivere e pienamente consapevoli di ciò. Lo stile e la voce di Blackburn sono forti e rendono il romanzo solido e perfettamente riconoscibile nonostante la sua forma ibrida e poco convenzionale.

Molto spesso, pur di risparmiarsi qualche emozione imprevedibile come rabbia, paura e delusione, fingevano di essere o pensare come qualcun altro. Ed era un errore.

Il voler compensare una perdita attraverso una forma mirata di rimozione è un perfetto esempio delle difficoltà sociali ed emotive di Coral, e Blackburn riesce a raccontare questo aspetto con una sofisticata operazione di sottrazione: costruisce la storia togliendo pezzo dopo pezzo tutti gli elementi che la compongono. Anche l’apice del climax narrativo è coerente: il lettore si ritrova soltanto alla fine davanti a un punto di svolta che insegue per tutto il romanzo e che, per forza di cose, risulta essere l’ennesimo espediente.
Morire a Long Beach pone sulla scena una scrittrice con una voce nuova e “distante” dalle solite trovate commerciali. Un’autrice destinata ad entrare nel canone e sicuramente a stravolgerlo, pur mantenendo un forte legame con l’artificio letterario più tradizionale.

 


Titolo: Morire a Long Beach / Dead In Long Beach
Autrice: Venita Blackburn
Casa editrice: Minimum fax / St Martin’s Press
Traduzione: Greta Pavan
Pubblicato a: agosto 2025 / gennaio 2024
N. pagine: 238 / 240

Sull’autrice: Venita Blackburn è cresciuta a Compton, al tempo degli NWA e del gangsta rap, e vive a Fresno, dove è docente associata alla California State University. È fondatrice e presidente di «Live, Write», un’associazione che organizza workshop di scrittura gratuiti per gli studenti delle comunità di colore.