Neanche il tempo di leggere le prime righe di Noi bei pezzi di carne, romanzo d’esordio di Colwill Brown edito in Italia da Sellerio, e siamo catapultati a Doncaster, cittadina mineraria inglese nello Yorkshire del sud. Donny – come viene chiamata dai locali – è lo spazio scenico di Kel, Rach e Shaz, tre ragazzine con l’argento vivo addosso. A Donny possono andare in bici senza mani, sbronzarsi di vodka, oziare sull’erba, arrampicarsi sulle balle di fieno, chiacchierare fino all’alba. È quella che gli abitanti di altre città chiamano un “ammasso di ex paesucoli minerari che non la piantano di lamentarsi della Thatcher”.
Dobbiamo tornare allora con la storia alla fine del secolo scorso – ben prima della ferita aperta dalla Brexit – quando la società britannica visse profondi cambiamenti, tra cui l’aumento della disoccupazione giovanile e la precarizzazione del lavoro. Le politiche di Margaret Thatcher, Primo ministro tra il 1979 e il 1990, avevano avuto un impatto traumatico sulle comunità minerarie. La chiusura delle miniere causò la perdita di migliaia di posti di lavoro, penalizzando fortemente le città che dipendevano dall’industria estrattiva. In un crescente divario tra le classi sociali, la narrazione di Colwill Brown tocca il flagello delle gang giovanili e il consumo di sostanze stupefacenti attraverso le quali i giovani cercavano un senso di appartenenza e identità, per sfuggire alla quotidiana alienazione.
Il romanzo si anima nei racconti alternati delle ragazze che, in un continuo flashback, rievocano il loro primo incontro alla scuola secondaria e tutto quel che ne è seguito, condizionato da un orribile e doloroso segreto. Spetterà a Shaz decidere se portarne il peso da sola fino alla fine. Ne viene fuori una travolgente girandola, tra viaggi in treno senza biglietto, serate in discoteca barando sull’età per entrare, alcol, sesso, droga, sempre oltre il limite. Le protagoniste, novelle tre moschettieri ‘tutte per una e una per tutte’, si ritroveranno anch’esse vent’anni dopo, come gli eroi di Dumas, stanche e disincantate. All’epoca però, niente e nessuno avrebbe potuto fermarle, se non loro stesse, la loro naturale fragilità nonostante tutto.
“Erano tante, le cose che non mi sentivo di chiedere a Shaz. L’avevo sempre vista come una capace solo di sfoderare i denti. Vorrei aver capito all’epoca che era fatta di carne e ossa”.
Kel, Shaz e Rach ormai adulte, dopo essersi perse di vista e poi ritrovate, dovranno affrontare l’inevitabile resa dei conti, metabolizzare le scorie di un’esistenza faticosa che solo il cemento dell’amicizia e il calore di un abbraccio potranno lenire.
“S’aggrappava, strizzava, s’aggrappava, strizzava di nuovo. Ti domandavi cosa stava cercando di dire, che parole voleva metterti in corpo strizzandoti. L’hai strizzata anche tu, l’hai stretta più forte che potevi. Hai sentito che ti lasciavi andare. Ne avevi una gran voglia”.
Noi bei pezzi di carne ha ricevuto un’accoglienza molto positiva nel Regno Unito dove è stato paragonato a Trainspotting, l’appassionante romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh. In Italia, la traduzione di Benedetta Dazzi ha restituito l’originale dialetto dello Yorkshire, ascoltando la voce delle ragazze, cogliendone a pieno l’asprezza della lingua e dei sentimenti: “Ho tradotto Colwill Brown e mi facevano male le orecchie, gli occhi, il petto”.
La scrittura è vivace, a volte divertita, spesso iperbolica, con associazioni fulminee e brucianti: “In piedi a quell’ora c’erano solo gente di fuori e poco di buono, e a quel punto noi eravamo entrambe le cose”. E improvvisamente, quasi a comando, si fa seria, come se Colwill Brown si prendesse delle pause per tirare il fiato, riguadagnare la voce sui suoi personaggi: “Aveva una faccia indecifrabile, non c’era emozione, era un’espressione che non le avevo mai visto, gli occhi accesi dal sorriso ora si erano smorzati. Sembrava una sconosciuta, come se si fosse messa una maschera, o finalmente se la fosse tolta”. Per poi finire a respirare con loro: “Volevo superare la distanza tra noi, cancellare gli anni persi, tornare a com’eravamo una volta, quando Shaz era un vento impetuoso, quando ti amava con la stessa ferocia con cui ti dava contro”.
Sarebbero tre bambine in fin dei conti, ma la scrittura le trasforma in giganti.
“Rach si infiammava nel guardare Shaz: tutta sbruffona, lì, a cicalare con i tipi più grandi. Era davvero una meraviglia, questa qui, che non si faceva intimidire proprio da nessuno. Senza paura, una ninfa alta un metro e uno sputo, fatta di volontà pura”.
Noi bei pezzi di carne è un racconto commovente e spietato, autentico fino al midollo. Un grandissimo romanzo d’esordio.
Titolo: Noi bei pezzi di carne / We Pretty Pieces of Flesh
Autrice: Colwill Brown
Casa editrice: Sellerio / Chatto & Windus
Traduzione: Benedetta Dazzi
Pubblicato a: aprile 2025 / febbraio 2025
N. pagine: 440 / 336
Sull’autrice: Colwill Brown (1987) è nata e cresciuta a Doncaster, nello Yorkshire del Sud. Ha studiato presso l’Università del Texas e ha un master in Letteratura inglese presso il Boston College. Ha pubblicato racconti su Granta, Prairie Schooner e altre riviste. Noi bei pezzi di carne è il suo primo romanzo.

