Tra le molte saghe al femminile, il romanzo d’esordio di Elisabetta Mongardi per Hacca edizioni spicca soprattutto (e, vien da dire, finalmente) per lo sguardo, sfaccettato e mai banale, che caratterizza la vita e la memoria delle protagoniste. Le generazioni di cui si tratta sono tre, rappresentate da quattro antieroine profondamente legate tra loro non solo dal sangue, ma da una ben chiara consapevolezza: nel mondo si può esistere senza mettere un uomo al centro della propria vita. L’intreccio del romanzo avanza solido per confermare la tesi: tutti i personaggi maschili sono e restano secondari, così come mariti e amanti entrano ed escono dalle vite delle protagoniste senza per forza devastarle. Val la pena specificare che questo non accade in nome di un’ideologia o di una posizione matriarcale tout court, ma da una naturale propensione al rispetto di sé e all’accettazione del cambiamento. Una visione del mondo che illumina il romanzo e con esso le nostre speranze.
La trama del lungo romanzo fa perno nella casa di famiglia di Malalbergo, nella provincia emiliana, da cui ci si allontana e prima o poi si fa ritorno. Conosciamo Tina, la madre, nell’incipit. Ci viene descritta in una foto che la ritrae come è sempre stata: imponente e vanitosa. Diventata capofamiglia suo malgrado, gestisce la lavanderia di famiglia come fosse un atelier, rispettando colori e broccati. Grande lavoratrice, è una donna collerica, mutevole, maniaca del controllo e affettuosa a intermittenza: è la vera ispiratrice del cambiamento, tutt’altro che infallibile.
“Usciva sempre spossata dalle sue ire, confusa, indecisa se chiedere scusa, se far finta di niente; la sua collera lasciava sempre una traccia, una scottatura, un livido che dichiarava: eccomi.”
Le sue due figlie sono assai diverse tra loro; la più presente e forse meno amata è Viola, la maggiore: affettuosa e riflessiva, ha un’intelligenza vivace mitigata da una generosità che la rende la più affidabile in famiglia. Conosce bene la tristezza, e all’occorrenza sa rendersi invisibile.
“[…] era un sentimento più imbrogliato, che si insinuava nelle pieghe dei giorni già tutti uguali, la sensazione di essere già sottovetro, come le conserve.”
Giada, la minore, è istintiva, ruvida, indipendente, curiosamente appassionata di astrologia. È a sua volta genitrice di Ira, ma è la meno chioccia delle madri: per lei istinto materno significa essere presente ed efficace solo quando ce n’è davvero bisogno. Sua figlia si chiede spesso se sia stata lei a metterla al mondo.
“Crescendo avrebbe poi ereditato alcuni suoi tratti invisibili – la pressione bassa, una propensione all’emicrania, la tendenza a fuggire dalle soluzioni scomode – ma nessuno, vedendole insieme, avrebbe potuto indovinare che fosse sua”.
Ira è forse la più mutevole dell’asse familiare, quella con meno certezze e meno radici, ma anche la più libera di allontanarsi e poi di tornare, di cambiare più volte strada e idea, di prendersi il tempo per capire cosa vuole davvero.
“La prima cosa che cercava quando entrava in uno spazio vuoto era l’uscita”.
È Ira che seguiamo di più nel romanzo al tempo presente, ma la scena è equamente ripartita tra le quattro protagoniste, tutte memorabili nella loro indipendenza e nella femminilità così poco banale e distante da qualsiasi stereotipo.
La sequenza dei capitoli non è cronologicamente lineare, alterna il punto di vista delle protagoniste che affrontano, insieme alle molte cose della vita, anche la separazione volontaria da uomini con i quali non sono più felici.
“Questo era tutto quello che si sapeva: tra la primavera e l’inverno del 1984, le sorelle Volta, senza avvisaglie, avevano piantato i mariti e si erano presentate a casa di Tina coi bagagli fatti”.
Siamo di fronte a un affresco al femminile complesso, reso efficace dalla scrittura elegante e minuziosa dell’autrice, la cui voce riesce a cambiare registro assieme alle generazioni di cui tratta e a pennellare figure di donne che si fanno amare per la sincerità delle loro scelte.
Un romanzo corale che si immagina sul grande schermo, in un film diretto da Ferzan Özpetek . I rapporti di maternità e sorellanza sembrano distanti anni luce da quelli di Louisa May Alcott eppure, a guardar bene, forse vi si ispirano. Chi di noi ricorda il nome di uno dei personaggi maschili di Piccole donne?
Casa editrice: Hacca edizioni
Collana: contemporanea
Pubblicato a: dicembre 2024
N. pagine: 376
Sull’autrice: Elisabetta Mongardi vive a Bologna e fa parte di Hamelin, con cui organizza mostre di fumetto e illustrazione e segue progetti di promozione della lettura nelle scuole. Traduce fumetti per diverse case editrici italiane. Ogni singola assenza è il suo primo romanzo.

