È il 1978 quando entra in vigore la legge Basaglia, norma che impone la chiusura dei manicomi in Italia. Ma con questo romanzo il lettore viene portato indietro fino ai primi anni Cinquanta, in una Volterra che non è il pittoresco borgo della Toscana, ma la sede del più grande manicomio del nostro Paese. Perché gli ulivi sono storti non è un resoconto cronachistico di quanto avvenuto tra quelle mura, eppure l’autrice, Luisa Pessina, riesce a rendere questo romanzo più reale della realtà stessa. 

Non c’è dubbio che ci sia molto studio di fonti e documenti dietro la stesura di questo esordio, ma quello che caratterizza il romanzo, e da cui è doveroso partire per raccontarlo, è la scrittura poetica e fiabesca a cui si affida l’autrice. Ogni personaggio ha un soprannome parlante che lo rappresenta meglio del nome e cognome scritti sui documenti: ecco quindi il Citrullo, la Strega, il Pretino, lo Storto, la donna sardina, il Gigante. Può apparire un dettaglio secondario, ma gli appellativi ci trasportano subito in una dimensione che non è perfettamente sovrapponibile alla realtà (come d’altronde non lo erano i mondi di questi personaggi). 

Anche i bambini al tavolo erano figli di contadini della Val d’Era, che i genitori avevano lasciato al manicomio perché avessero un pasto al giorno, come Franco, oppure erano finiti lì perché avevano bestemmiato davanti alla chiesina di San Lazzaro.

La reclusione è la forma di contenimento di quanti e quante non trovavano un posto nella società dell’ordine: ci sono i malati, ma anche gli indigenti, gli orfani, chiunque sia difforme rispetto alle norme della comunità. Sono tutti personaggi “storti”. Somigliano agli ulivi che riempiono i declivi del paesaggio toscano. Siamo abituati a pensarli insieme, colline e ulivi, eppure hanno forme opposte: ondulate e morbide le prime, tortili e irregolari i secondi. A chi si chiede perché gli ulivi sono storti allora, perché hanno un aspetto così dissonante con il paesaggio che li circonda, arriva in soccorso una leggenda: «La mi’ mamma diceva che sono le streche che ballano intorno all’ulivi per falli torcere».

Tra i reclusi nascono simpatie, o quantomeno una sorta di solidarietà, testimonianza di un’umanità ben più alta di quella di carcerieri e medici seguaci di Lombroso. Elettroshock, insulina, castigamatti; e, se questo non era sufficiente, la lobotomizzazione. Poco importava se qualcuno non sopravviveva a queste torture: una fossa poco profonda e una croce rabberciata sul colle poco distante avrebbe accolto tutti, chi prima chi dopo. Forse però la realtà più inquietante è che entrare in manicomio era facile, a volte capitava per una svista, come nel caso della moglie del Ventibracci, a cui viene dato un passaggio sul furgone pieno di donne urlanti e, all’arrivo a Volterra, viene confusa con queste e rinchiusa anche lei; la troveranno anni dopo appesa alle pale del mulino. 

Le vicende di questo popolo dimenticato si ricompongono nella lingua scelta dall’autrice, che è il toscano, difficile da trovare nelle pagine dei romanzi. D’altronde questa è una storia popolare, raccontata dalla prospettiva di chi è appena uscito dalla guerra, di chi non sa ancora cosa sia la televisione con Alberto Manzi e il suo Non è mai troppo tardi. Ma l’esordio di Pessina rappresenta anche un monito per il futuro: ecco cosa succede quando la disumanizzazione viene normalizzata. E presto dimenticata, se si tiene conto che alcuni reclusi del manicomio parteciparono agli scavi del teatro romano di Volterra.

Lo Storto zappa la terra. «Quando m’hanno messo qui dentro», disse, «avevo solo le mani torte. Poi m’hanno rotto e adesso sono tutto torto».

Pessina sembra suggerire che l’unico modo per sopravvivere alla repressione più dura è l’arte: quella praticata dallo Storto attraverso le sue incisioni, quella cercata dalla Strega nelle vie Cave degli Etruschi. L’arte è evasione, rigetto della razionalità e rifiuto degli schemi. Forse uno sguardo più aperto al magico, o quantomeno all’impalpabile, ci salverà.

 


Casa editrice: Minimum Fax
Collana: 
Nichel
Pubblicato a: giugno 2026
N. pagine: 147

Sull’autrice: Luisa Pessina è nata in provincia di Pisa e vive a Torino. Si è laureata al corso triennale universitario della Scuola Holden. Perché gli ulivi sono storti è il suo primo romanzo