Piatti rotti, romanzo d’esordio di Esther Bondì, racconta l’infanzia e la prima giovinezza di Anna, la protagonista, e di sua sorella Sara, cresciute in un ambiente familiare particolarmente instabile e precario. Il padre, di famiglia ebraica, si allontanerà dalle bambine subito dopo la separazione dalla madre. La madre, per parte sua, sarà sempre più assente e preda di una malattia mentale, che la porterà a trascurare gravemente e poi a lasciare le sue due figlie, ancora piccole, alle cure dei nonni. In un continuo trasferirsi di casa in casa e di città in città, le due sorelle si accudiscono a vicenda, passando da una solitudine profonda, allo stato brado, alla sicurezza di alcune relazioni familiari più solide, per quanto sempre in trasformazione.
Chi legge assiste al continuo ampliarsi e restringersi, rafforzarsi e assottigliarsi di questa rete parentale attorno alle due bambine, guardando attraverso gli occhi di Anna, che porta il proprio punto di vista, il proprio sguardo, la propria memoria e la propria lingua nel racconto.
“La notte portava altra acqua. La fontana fuori casa, fresco di pelle, la gonna gonfia come tante meduse.”
L’autrice, infatti, in questo suo primo romanzo compie una scelta di prossimità estrema con la protagonista, utilizzando una lingua, a tratti poetica e di gioco, in cui sembra siano la mente di Sara e il suo gusto per i racconti a giocare, al di là di ogni canone, con le parole. Bondì mette in campo un’operazione singolare, non facile e non sempre perfettamente riuscita – specie quando si tratta di dosare e guidare i passaggi da una lingua più spintamente sperimentale a una più neutra e piana e viceversa. Riesce, però, grazie a quella stessa sperimentazione linguistica a tratteggiare, molte volte e in molti passaggi, immagini emozionanti, dalla grande forza poetica, mai prive di grazia e leggerezza, capaci di dire la trascuratezza pronunciando invece, inaspettatamente, le parole di una lista della spesa, o attraverso il racconto di un cuore gigante di plastica o di una pasta riuscita male.
La stessa vicenda delle due bambine, poi ragazze, Anna e Sara, che seguiremo per diversi anni, ha bisogno di tempo per mostrarsi via via più nitidamente. Leggendo, bisogna fidarsi dei frammenti sommari, delle sfocature tipiche di chi guarda molto da vicino gli oggetti di una vita; bisogna percorrere la via paziente dell’accostamento, tessera dopo tessera, come in un mosaico, per fare, alla fine, un passo all’indietro e riuscire a vedere per la prima volta gradatamente l’insieme.
D’altra parte il romanzo non si sviluppa attraverso l’azione: è piuttosto la parola, al servizio delle immagini e del substrato emotivo dei personaggi, a spingerci avanti negli anni e a mostrare l’evoluzione coraggiosa, dolorosa eppure dotata di grandissima spinta vitale, delle due sorelle, diventate due giovani donne.
Tra visioni, filastrocche, domande ripetute negli anni, cose da bambine e cose da grandi, senza che queste si dispongano mai nel loro ordine più naturale, arrivando per Anna e Sara troppo presto o molto tardi, assistiamo a un’operazione di memoria e identità, attraverso il racconto. Una scelta coraggiosa, intima, che chiama a raccolta l’io profondo, le ferite e la luce che nonostante tutto le trapassa e le attraversa, perché in fin dei conti quello che resta, al di là dei molti piatti rotti di questa vicenda così privata e familiare, è la forza, ancora più impressionante in due bambine, che così piccole hanno messo in pratica la sola via possibile per vivere dentro al dolore, riportando a sé i pezzi perduti, finiti per un po’ di tempo nel mondo dei demoni, tra le luci e le ombre del nostro grande universo.
Casa editrice: Giulio Perrone Editore
Collana: Hinc
Pubblicato a: ottobre 2024
N. pagine: 192
Sull’autrice: Esther Bondì è nata a Parma e cresciuta a Bracciano. Ha pubblicato racconti su varie riviste italiane. Dal 2024 lavora presso l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, fa parte della redazione di «Narrandom» e collabora come tutor per Minimum Lab.

