Non giriamoci troppo intorno: l’aspetto più sorprendente dell’esordio di Elvio Carrieri, vincitore del premio Giorgione Giovani 2025 e selezionato nella dozzina del Premio Strega, non risiede solo in una nuova voce letteraria, brillante e originale, quanto nella maturità di una visione trasversale, intergenerazionale, di un autore poco più che ventenne. Difficile non tener conto di tale dato anagrafico, giusto però è non restarvi ancorati. Poveri a noi è un piccolo forziere di mondi, un contenitore multisfaccettato di temi e rimandi, in cui su tutto emerge una riflessione capillare sulla letteratura, ironica e sagace, in cui la lingua assume un ruolo centrale.
Libero De Simone e Felice Caporaletti (autoproclamatosi Plinio, come Plinio il Vecchio) sono legati da vent’anni da un’amicizia che si è cristallizzata in un momento preciso, quando nel cortile delle scuole medie Libero ha assistito inerme al pestaggio di Felice da parte di un bulletto fascista: da allora l’immagine dell’amico steso a terra con le vertebre fracassate, come una carogna sventrata, si incide nella sua mente, scolpendo in minuziose cesellature il senso di colpa. L’istinto non lo ha spinto a prendere posizione ma verso il dubbio, l’esitazione: una qualità in cui Libero eccelle. L’accidia. Un non fare che si traduce in un rifuggire la vita per trovare riparo in un rapporto morboso, di co-dipendenza con Plinio, suo alter ego, compagno di infinite elucubrazioni mentali e dibattiti storico-letterari.
“Ho ricordi semi commoventi dei nostri pomeriggi passati a scambiarci opinioni sulla battaglia di Poitiers: imbevuti di presunzione, ridicoli, quattro braccia pseudo colte rubate all’agricoltura della Murgia che si divertivano a fare la morale a Carlo Martello.”
Sono due personaggi incagliati e aggrovigliati su loro stessi, nevrotici e inetti, Libero e Plinio, figli borghesi della Bari bene, avulsi in un ingiustificato senso di superiorità nei confronti del branco dei coetanei del liceo, “i cozzali”, dai quali sono a loro volta considerati “trmòn” (bischeri, pirla). Con l’avanzare degli anni tale dualismo – tra loro e gli “altri” – si accentua, con Plinio bloccato da anni all’università sull’ultimo esame sul Satyricon di Petronio e Libero che alla responsabilità di insegnare letteratura a giovani promesse liceali ha preferito fare lezioni autoreferenziali ai “sex offenders” in un carcere.
“Ero convinto di poter forgiare le menti degli assassini: mi sono trovato a spiegare l’Inferno a un vecchio che si era masturbato sull’AMTAB.”
Tuttavia è proprio dentro le mura del penitenziario che il meccanismo si incrina: Libero conosce Letizia, psicologa originaria della Valle d’Itria di cui si innamora suo malgrado, e NiKo, un detenuto in apparenza disinteressato ai suoi sproloqui letterari, che lo farà riflettere sull’inutilità delle sue sovrastrutture quando queste pretendono di porsi al di sopra dell’istintività della vita. Letizia, spontanea e vivace, racchiude in sé un’altra atavica antitesi del romanzo, quella tra paese e città, semplicità rurale e complessità urbana, presunta arretratezza contro dominio culturale.
“[…] e al contempo nella mia testa attaccavano le campane, sentivo forte nelle orecchie i Carmina Burana intonati da Silvio Berlusconi, poi partiva Start Me Up, eseguita da un complessino bandistico composto da soli pregiudicati di Casal di Principe. Insomma, tutto il comico e il grottesco che potevano servire a farmi distrarre dal fatto che quella paesana intrigante mi stesse aspettando”
Ma all’interno di questo conflitto Libero, sebbene ridicolmente arroccato su sterili ideologie borghesi che gli rendono odiosa la composita fauna provinciale del paesotto, guarda a Bari con sguardo sprezzante e ferito: anche Bari è una carogna sventrata, immersa in un paesaggio post atomico segnato dai mostri architettonici del Dopoguerra che hanno spazzato via gli edifici storici dell’epoca di Gioacchino Murat. Emerge qui un fatto storico poco conosciuto, quello di una corruzione collettiva, non solo edilizia, che ha ceduto alla speculazione favorendo il degrado di una città un tempo armoniosa e artisticamente invidiabile. Sarà Letizia a impersonare la leva di un ribaltamento di prospettiva, a instillare nel protagonista un barlume di riconciliazione con la città ma anche con la vita.
“Puntò il dito verso via Piccinni. Era un palazzetto ignorato, non superava tre piani e si era salvato dalle demolizioni. Sentii che stavo per scoppiare in un pianto liberatorio.
«Ci credi che non l’avevo mai visto?»
«È perché sei un priso prfssò. Io te l’ho sempre detto»”
Carrieri gioca con numerosi topoi letterari, il senso di colpa e la ricerca di espiazione, la violenza degli eventi specchiata nell’ambientazione, l’arte contrapposta alla vita, la città al paese, la figura del narratore inaffidabile che si costruisce una labile impalcatura di ricordi e credenze. A tratti l’operazione complessiva tradisce un senso di forzatura, un’impronta troppo marcata dell’autore, e anche di confusione nel tenere sempre salde le fila della struttura del romanzo. Ma indubbia è la resa linguistica, che questo gioco abbraccia e fa proprio, spaziando dall’uso consapevole e originale del dialetto barese alla contaminazione con il latino, l’inglese e il francese, in una ricchezza lessicale stimolante che invita alla lettura. È un linguaggio che si districa tra il riflettere su sé stesso e il correre libero, secondo traiettorie inaspettate, immagini liriche e ritmo incalzante.
“Il barese è, come si evince, una lingua di riduzione. Si tende a limare, a togliere, ad asportare in maniera chirurgica quante più vocali possibili all’interno della cellula-parola per poi procedere, secondo un meccanismo di compensazione, dilatando e saturando all’infinito determinati dittonghi vocalici opportunamente ragionati per essere pronunciati ad alta voce. È una lingua idraulica, intelligentissima, il barese.”
Il risultato talvolta è spiazzante, ma proprio per questo raggiunge il suo obiettivo, come lo sguardo complice nel finale tra Libero e Plinio, che riesce a farci sentire tutti un po’ dei “poveri a noi”.
Casa editrice: Ventanas
Pubblicato a: marzo 2024
N. pagine: 214
Sull’autore: Elvio Carrieri (Bari, 2004) è un poeta e un musicista. Le sue poesie sono apparse sulle pagine baresi di «La Repubblica» e su «Nazione Indiana», «Menabò», «Limina Mundi», «SUD». Il suo romanzo d’esordio, Poveri a noi, ha vinto il premio Giorgione Giovani 2025 ed è stato selezionato nella dozzina del Premio Strega.

