Taiga non può propriamente definirsi una città. È un agglomerato urbano nel cuore della Siberia composto da file sterminate di palazzoni in stile sovietico fatiscenti e grigi come lo spleen che avvolge questo luogo «senza tempo, senza orologi». Nessuno, se potesse scegliere, deciderebbe di nascere qui, nessuno penserebbe mai di trasferirsi in un posto simile. Eppure due giovani ingegneri dell’urss sono stati destinati in questa cittadina ed è qui che inizia la storia di Alexej, un ragazzo sensibile e introverso che vive in un mondo di alieni.

Mi svegliavo alle cinque e mezzo per frequentare le lezioni che iniziavano alle sette e un quarto, con la sensazione che forse non avrei dovuto essere io ad affrontare la giornata in quel posto, ma qualcun altro.

Primavera in Siberia, di Artem Mozgovoy non è soltanto un brillante esordio e un eccelso romanzo di formazione, è una narrazione travolgente in cui emerge la fulminea dissoluzione di un Paese che coincide con la crescita del giovane protagonista il quale osserva, con occhi curiosi e attenti, l’affascinante corso della Storia.

La perestrojka doveva essere il futuro radioso che finalmente avrebbe compreso anche i russi, la svolta a occidente che un’intera generazione sognava da tempo. Questo è ciò che si credeva, almeno i giovani russi desiderosi di conoscere e vivere un mondo alternativo a quello sovietico. Ciò che è stato, però, potrebbe essere rappresentato solo attraverso una frattura, perché questa immagine è l’emblema perfetto dei tanti contrasti che Mozgovoy racconta. La frattura tra due generazioni, quella legata (se non per idealismo quantomeno per abitudine) all’urss e al suo rigido sistema e quella che invece intravede nel cambiamento la sola soluzione possibile per cogliere le tante opportunità che il vecchio-nuovo mondo occidentale offre. Ma la frattura più grande è quella che si consuma nell’animo inquieto e ingenuo di Alexej e si avverte proprio quando una frana costringe la sua amata babuška ad abbandonare il suo villaggio.

Forse dovrei incolpare la perestrojka per quel senso di alienazione, di non avere una patria alle spalle. Sul mio certificato di nascita c’era scritto urss, ma ora che fui in grado di leggere quello Stato federale aveva smesso di esistere.

È in questo frangente che Alexej realizza che tutto ciò in cui aveva vissuto non era altro che un mondo idealizzato e che la realtà è bene diversa; che le condizioni dei siberiani sono precarie, l’instabilità politica fa aumentare la criminalità, la polizia è corrotta e tutti i cittadini sono stretti nella morsa del kgb, che mai come in questo momento opera con tanta libertà e potere. Il ritmo della narrazione è vertiginoso, l’adolescente Alexej è un turbinio di emozioni contrastanti. Dov’è la Russia descritta da Puškin? Dove sono i luoghi idilliaci di Anna Achmatova? Che fine hanno fatto le città eleganti e pittoresche di Dostoevskij e Gogol’? L’universo letterario non coincide con la realtà e questo Alexej lo comprende molto bene e a caro prezzo.

Iniziano gli anni del liceo vissuti nella “grande città” con Anton e Vilena: ogni giorno è un’avventura urbana e un rapporto sempre più intenso con Anton. Ma Alexej prova anche in prima persona una nuova forma di dolore che fa sembrare briciole il bullismo subito da bambino. Sono anni tormentati, viene perseguitato e bersagliato da chiunque, come se portasse addosso una colpa impossibile da espiare e su cui tutti si sentono in diritto, quasi in dovere, di giudicare e prevaricare.

Ci circondavano, ci costringevano in un angolo buio, ci insultavano e umiliavano […] dopodiché ci portavano via soldi, vestiti o qualunque altra cosa di loro gradimento.

È il sogno che tiene a galla Alexej ed è lo stesso che fa sprofondare Anton. L’Occidente è là, basta desiderarlo fortemente e saper aspettare il proprio tempo. Le ambizioni dei due sono troppo grandi, eppure non fanno altro che sognare la normalità: poter passeggiare tranquillamente per strada, leggere un libro in un parco, vestirsi come preferiscono, essere se stessi. La normalità è un concetto ambiguo nella Russia che si prepara ad accogliere un nuovo e carismatico capo di Stato: Vladimir Putin.

Alexej sogna ma agisce affinché sia davvero artefice del proprio destino: nascere in un posto non significa anche essere condannati ad abitarlo.

Primavera in Siberia pone Mozgovoy nella cerchia dei grandi scrittori: nessun tipo di retorica o vittimismo, solo vita vera che si intreccia con i sogni e la magia della poesia che ha la stessa forza delle preghiere. Un esordio lucido e maturo che racconta una condizione esistenziale e sociale senza alcun tipo di contaminazione; malinconica verso un mondo che sparisce ma che non rimpiange, esattamente come accade in Sonnenalle di Thomas Brussig. In Primavera in Siberia, però, non vi è alcuna speranza verso la Russia e i suoi governanti. Un romanzo dettato dall’esigenza di scrivere e di salvarsi, che in questo caso è la stessa cosa.

 


Titolo: Primavera in Siberia / Spring in Siberia
Autore: Artem Mozgovoy
Casa editrice: Astoria / Red Hen Press
Traduzione: Simona Garavelli
Pubblicato a: marzo 2025/ aprile 2023
N. pagine: 336 / 256

Sull’autore: Nato e cresciuto in un paesino della Siberia centrale durante il collasso dell’Unione Sovietica, Artem Mozgovoy entra nella redazione di un giornale locale a sedici anni; a ventisei ne è il redattore capo. Nel 2011, per sottrarsi alla persecuzione degli omosessuali in Russia, lascia il suo Paese natale. Dopo aver vissuto in sei Stati diversi, inclusi gli Usa, e aver lavorato come comparsa, istruttore di yoga e assistente di un mago, oggi Artem è uno scrittore, ha un passaporto del Lussemburgo, parla cinque lingue e vive in Belgio con il suo compagno.