“Mi verrebbero in mente le tue parole, quanno se magna se cumbatte cu’ a morte, quando si mangia bisogna stare in silenzio, e mi accorgerei che alla fine ciò che sto facendo anch’io non è altro che masticare questo sangue che portiamo dentro, senza parlarne male; senza più sputarlo”.

Un mondo antico è quello di Questo sangue masticato, romanzo d’esordio del giovane Francesco Aloia, edito da Nutrimenti, fatto di riti e di costumi che forse non esistono più. Non è un caso che Aloia, dopo aver introdotto la figura del nonno Carlo Gaetano Orlando detto Tanino ‘e Bastimento, divida il libro in tre ‘duelli’: due segnano la vita del protagonista, l’ultimo inscena un’immaginaria resa dei conti. E antiche sono le usanze, come quella che vuole il saluto obbligato e rispettoso all’uomo d’onore, una sudditanza al potere della strada che ricorda ‘la dritta è mia’ di manzoniana memoria.

1930: Tanino ‘e Bastimento (dal nome di una capretta di un pastore fra le più giovani che era “assai vivace e cacava assai il cazzo”), nasce e viene abbandonato in orfanotrofio e riportato a casa dopo tre anni. È il figlio del sindaco di Marano, comune dell’entroterra napoletano.

1949: Tanino cerca di uccidere il guappo Castrese D’Angelo, che aveva attentato alla vita del padre e portato alla morte di crepacuore la madre, ma sbaglia e uccide una bambina di appena tre mesi tra le braccia della mamma. Subirà una condanna breve, anche grazie alla testimonianza favorevole della donna, e tornerà libero nel 1951.

1955: Tanino deve regolare dei conti con il boss ‘Pascalone ‘e Nola’, al secolo Pasquale Simonetti e marito della celebre Pupetta Maresca, che ha schiaffeggiato lo zio in carcere. Lo vuole solo spaventare, gli spara al polso ma il proiettile fuoriesce e entra nell’addome di Pascalone, che muore. Nel frattempo Ada, fidanzata con Tanino, è incinta. I due si sposeranno in carcere e nascerà Angelo. Tanino verrà condannato definitivamente a ventuno anni di reclusione di cui nove già scontati. Uscirà di prigione soltanto nel 1971. 

Comincia allora la seconda vita del protagonista che metterà al mondo altri sei figli e passerà il resto dei suoi giorni a Marano sul suo possedimento la ‘Terra’, rispettato da tutti, tra concorsi di bellezza e amicizie importanti nell’ambiente dello spettacolo, ma sempre più a disagio in una società che stava inesorabilmente cambiando.

La trama è tutta qui, fatta di dolori, morte e prigione. Un uomo sottratto ai suoi affetti dalle sue stesse azioni sciagurate, privato della libertà e costretto a durissime rinunce, che tuttavia crede nel valore propulsivo ed eterno del nucleo familiare, in fondo il fulcro e il perno su cui gira tutto il romanzo.

Il mondo di oggi, quello del nipote Francesco Aloia, è completamente diverso da quello antico e concentrico del nonno ma ne contiene i geni. Tanino condiziona i caratteri e il vissuto di tutta la famiglia, in particolare dei figli, e scatena emozioni, provoca reazioni. C’è in tutti loro un sentimento ambivalente, di rispetto ma anche di rabbia verso la figura del padre.

Sangue, famiglia, morte, sono centrali in questa storia, la segnano, la connotano e marchiano i protagonisti, li soffocano. Così, i nomi di battesimo tornano continuamente di padre in figlio, quasi a renderli somiglianti e confonderli, a consolidare il vincolo del sangue, e pure i soprannomi: “Il contranome – (in dialetto napoletano) – non è un semplice soprannome: è l’identificativo in paese della persona e di tutto il ramo della sua famiglia”.

Nelle pagine di questa storia c’è tutta la fatica del nipote a misurarsi con l’unicità del nonno. Tanino è una figura potente da cui è arduo liberarsi, perché ti mette addosso l’ansia di dimostrare, di far vedere che vali anche tu: 

“E poi la tua voce riecheggia ancora, più forte della mia, più forte di tutte quelle che ho sentito. Uno che ha fatto tutto contro uno che non ha fatto ancora nulla”.

La prigione ha segnato il tempo di questa famiglia: Tanino e la moglie, messo al mondo il primo figlio quando erano ancora giovanissimi, hanno avuto tutti gli altri circa vent’anni dopo, segnando con loro un distacco generazionale e culturale. Il racconto è fatto allora di momenti spesso molto lontani, talmente sedimentati nel tempo da sembrare epoche.

Aloia è abile nel ricreare tutta a posteriori la personalità del nonno, fin nei gesti, nelle emozioni, negli improvvisi colpi di testa, nelle scelte impulsive ma spesso azzeccate, come nel primo incontro con la futura moglie Ada. Tanino ‘e Bastimento è (ri)costruito nei minimi dettagli attraverso immagini ben riuscite, come quando indossa la cravatta anche nel caldo estivo, per puro decoro. I figli sono figure letterarie particolarmente centrate, intime, con l’occhio dell’autore che si piega su di loro, spesso con delicatezza. Aloia racconta di una generazione che, a differenza della sua, non ha potuto scegliere, schiacciata dalla personalità del padre patriarca, dai suoi errori e dal sangue versato. Sono persone stanche che non hanno più né la voglia di emozioni, né la forza per gestirle: 

“La stessa storia che si ripete mille volte e che ormai mi fa venire la nausea; un’educazione totalizzante che ha reso i tuoi figli spaventati e bigotti senza nemmeno volerlo, hai insegnato coi dogmi e con i traumi e questo è il risultato”.

Indovinato è anche il personaggio inventato di Russo, autista tuttofare, un punto di riferimento, quasi una figura paterna. Forse proprio l’insistere sulle persone piuttosto che sugli avvenimenti – che non sono poi molti – attraverso una continua serie di salti temporali, finisce col far smarrire un po’ il filo del racconto, creando qualche difficoltà al lettore nell’inquadrare e ricordare la scansione degli eventi. E tuttavia la scrittura di Questo sangue masticato è sicura, intensa ma soprattutto originale, tipicizzata dai termini dialettali come parte integrante del racconto, che danno un tocco univoco, servono a identificare situazioni, atmosfere, persone. Una voce autentica per un promettente romanzo d’esordio.

 


Casa editrice: Nutrimenti
Collana: Greenwich Extra
Pubblicato a: aprile 2024
N. pagine: 224

Sull’autore: Francesco Aloia (Napoli, 1999) ha vissuto fino a diciotto anni a Marano, nell’entroterra del capoluogo campano. A Torino ha frequentato la Scuola Holden e un master allo IAAD e ha iniziato a scrivere solo di casa sua e della sua famiglia. Questo sangue masticato è il suo romanzo d’esordio, finalista al Premio internazionale Flaiano di Narrativa under 35 – BPER 2025.