Gennaio 1950, Pasolini arriva a Roma con la madre. Lasciano in Friuli il padre, un uomo non cattivo ma alcolizzato e turbolento nelle frequenti liti con la moglie. Lasciano alle loro spalle anche uno scandalo, per l’accusa rivolta allo scrittore di corruzione di minori: il primo dei trentatré processi che segneranno la sua vita. Dunque, quasi una fuga da Casarsa nel Friuli, il paese della madre ma poi, sempre, luogo del cuore per lui. Casarsa è l’immagine mitologica di una società contadina autosufficiente, la visione immaginifica della purezza, è l’ispirazione lirica che viene dall’amore unico e dichiarato per la mamma Susanna. E infatti è lì, in dialetto friulano, che nasce il poeta Pasolini, con le Poesie a Casarsa del 1942. Sono i versi rivelatori dell’universo simbolico arcaico, del tenero idillio materno, della nostalgia e della religiosità. 

Nel 1957 esce la raccolta Le Ceneri di Gramsci, forse il momento di massima tensione letteraria dell’autore alla ricerca di un punto di incontro tra l’idillio e la storia, tra l’io e il mondo. Perché, intanto, l’idillio era stato spezzato dalla dirompente verità della periferia romana, dove Pasolini vive e si immerge, arrabattandosi per sbarcare il lunario mentre la madre va a servizio presso una famiglia. Al mondo contadino e mitologico friulano si contrappone l’esistenza primitiva e violenta dei ragazzi di borgata. È una vera seconda nascita, celebrata in un fervore creativo che si esprime nei due romanzi d’esordio, Ragazzi di vita nel 1955 e Una vita violenta nel 1959. Opere prime, in prosa, che già rivelano quanto sia impossibile comprendere Pasolini se non si sovrappone la sua arte alla sua vita, alle sue contraddizioni, allo scontro continuo e profondamente sofferto tra innocenza e colpa, desiderio e legge. Lo scrittore si immedesima con la squallida, ma piena di carica emotiva, realtà della periferia romana dove i ragazzi di vita sono gli ultimi scampoli di innocenza destinati a dissolversi. Le sue opere saranno, allora, in questi inizi, il luogo del riscatto, la culla dove sentirsi lui stesso abbracciato in un perdono che avvolge un’umanità sofferente.   

Pasolini ricrea nel racconto le giornate del Riccetto, di Marcello, del Caciotta, del Lenzetta, passate tra piccole malefatte, ma anche tra furti e prostituzione, in una continua lotta per la sopravvivenza. Il mondo popolare si scontra con il potere borghese, con il male della società dei consumi, con l’omologazione culturale e lo “sviluppo” che uccide il mondo antico e i suoi valori. L’occhio dello scrittore sulla città è quasi violento: 

“Dal Cupolone, dietro Ponte Sisto, all’Isola Tiberina dietro Ponte Garibaldi, l’aria era tesa come la pelle di un tamburo. In quel silenzio tra i muraglioni che al calore del sole puzzavano come pisciatoi, il Tevere scorreva giallo come se lo spingessero i rifiuti da cui veniva giù pieno”.

Ricostruisce con grandissimo rigore filologico il linguaggio dei suoi protagonisti, riproducendo dialetto e gergo: 

“«A Riccetto,» fece il Caciotta tirandolo per una manica, «sta a sentì sto pezzo …» «Te ricordi, a Ernestì,» disse ridendo, «che tremarella ‘a notte, da ʼe parti de Bagni de Tivoli, là, che dormissimo co na mazza sotto ʼa capoccia?»”. 

Dialoghi in cui il processo di contaminazione tra l’alto e il basso, tra lingua e gergo, formano un pastiche letterario che ha il suo nobilissimo antenato nel Dante della Commedia.
Ma è poi nella voce distesa della narrazione che risalta l’intensa liricità della scrittura di Pasolini:

“Era una bella mattina, col sole che ardeva, libero e giocondo, battendo sui Grattacieli puliti, freschi, attraverso chilometri e chilometri d’azzurro, e facendo piovere oro da tutte le parti. Sulle gobbe riverniciate del Monte di Splendore o di Casadio, sulle facciate dei palazzoni, sui cortili interni, sui marciapiedi: e in mezzo a tutto quell’oro e a quella freschezza, la gente vestita a festa formicolava al centro di Donna Olimpia, alle porte dei caseggiati, intorno al chiosco del giornalaio…”.

Ragazzi di vita ha un successo folgorante ma suscita scandalo, al pari del suo autore, che già in quegli anni metteva in gioco tutto sé stesso attraverso il suo stesso corpo, con la sincerità della sua omosessualità manifesta, con la disperata energia delle sue dichiarazioni contrarie alla morale bigotta dell’epoca. Sarà addirittura l’occhiuto potere politico ai massimi livelli a muoversi contro di lui: è l’allora presidente del Consiglio Antonio Segni a segnalare il romanzo alla Procura della Repubblica. Pasolini e l’editore Garzanti sono imputati di pubblicazione oscena. Verranno assolti nel 1956 (tra i testimoni a favore, Giuseppe Ungaretti).

Arriveranno poi gli anni Sessanta con Pasolini cineasta, e i Settanta, quelli dell’autore articolista del Corriere della Sera e polemista “disperato” – “La parola speranza è cancellata completamente dal mio vocabolario”, dirà a Enzo Biagi -, l’intellettuale che vede in profondità e che, nell’Italia stragista dell’epoca, conosce verità indimostrabili: “Io so… Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”.

E poi, nella notte tra il 1° e il 2 novembre di cinquant’anni fa, il corpo dello scrittore veniva sfigurato, il cuore scoppiato sotto le ruote della sua stessa Giulia 2000 Alfa GT. “Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta”. Così Alberto Moravia nell’orazione funebre in Campo de’ Fiori.

“Prima di tutto un poeta”. Ma basta scorrere le fotografie e ascoltare la sua voce, sfogliare le sue coraggiose pagine e fermarsi di fronte alle scene immortali dei suoi film, per cogliere l’evidenza di un grande scrittore, un cineasta geniale, un poeta sensibile, un critico combattivo, un intellettuale a tutto tondo. Però anche di un uomo contraddittorio, angosciato dal casto amore idealmente incestuoso per la madre, e che in un’Italia moralista e repressiva ha fatto della sua omosessualità quasi un atto di resistenza. Un uomo “mite, violento rivoluzionario nel cuore e nella lingua”, come lui stesso si definì. Un uomo gentile, nella sua infantile, innocente meraviglia.

 


Ragazzi di vita
Prima edizione: Garzanti 1955

Sull’autore: Pier Paolo Pasolini (1922–1975) è stato una delle più importanti e controverse figure del secolo scorso: poeta, romanziere, cineasta e polemista, ha raccontato con coraggio la marginalità sociale e la trasformazione dell’Italia del dopoguerra. Intellettuale rigoroso e scomodo, è stato sottoposto a ben trentatré procedimenti giudiziari. Nato a Bologna, cresciuto in Friuli, pubblica la prima raccolta poetica Poesie a Casarsa nel 1942. Trasferitosi a Roma, esordisce nella narrativa con Ragazzi di vita nel 1955. Gli anni ’60 lo vedono regista cinematografico con opere memorabili come Accattone (1961), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966), fino ad arrivare a Salò o le 120 giornate di Sodoma, uscito postumo nel 1975. Disperatamente avverso al neocapitalismo borghese e alla omologante società dei consumi, è stata una voce fuori dal coro con interventi negli anni ’70 sulle pagine di varie testate giornalistiche. Morì assassinato all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975.