Santa è un nome sbagliato, “un nome senza possibilità”. L’esordio di Rosanna Turone per NN Editore trova posto nella fortunata collana dalla copertina rosa, le Fuggitive, e si inserisce nel florido filone che vede protagoniste giovani donne del Sud che si spostano al Nord in cerca di emancipazione e riscatto: se ne contano tanti di romanzi del genere ma Santa brilla per la voce graffiante e malinconica, così ammaliante da non riuscire a staccare gli occhi dalla pagina.
Quando nasce, Santa spiazza tutti: è femmina, mentre tutti si aspettavano un maschio. I genitori avevano anche fatto incidere sulla testata del letto “Benvenuto Santo”. La scritta rimarrà, come una cicatrice, segno tangibile della noncuranza di coloro che dovrebbero amarla senza condizioni e invece sembrano sempre preferirle la sorella Beatamaria.
“Solo lei, in una famiglia di mori cronici l’unica bionda è lei, ma la figlia adottata sembro io.”
A fare da contraltare, luogo sicuro in cui rifugiarsi ogni volta che la vita diventa troppo pesante da portare sulle spalle, c’è la nonna, così diversa da quelle tradizioni antiche che regolano Pontecagnano, il piccolo paese della Calabria in cui è nata: la nonna guida, ha preso la patente ed era lei a portare in giro il nonno, in barba ai facili detti sulle donne al volante.
«Nonna, ma dopo il mare cosa c’è?».
«Le cose belle. Una volta dicevano che tutte le cose belle sono dopo il mare. Io dopo il mare ho sempre visto la Sicilia».
Così, quando a scuola Santa conosce Gianni, che è siciliano, le parole della nonna acquistano tutto un altro significato. Si fidanza con quel bel ragazzo e lascia il Sud per trasferirsi da lui a Nora Piemontese, perché “un uomo è sempre un buon motivo agli occhi degli altri” per andarsene, forse l’unico motivo veramente valido a Pontecagnano. Ma le belle promesse sbiadiscono presto in un rapporto infelice, fatto di violenza e sogni infranti: quando finalmente riesce a liberarsi di Gianni, quel che resta è una casa piena di quadri per nascondere gli scatti d’ira e il figlio Tommaso.
“Mi aveva riempito il muro di buchi, e per nasconderli aveva attaccato dei quadri. Casa dei miei era talmente piena di quadri che io mi sono sempre detta che a casa mia non ne avrei tenuto neanche uno e invece, per colpa di Gianni, avevo la casa piena di quadri come mia madre.”
Quel bambino così carico d’affetto per sua madre non è abbastanza, non riesce a smussare gli spigoli dei traumi passati, tanto che alla purezza del suo amore Santa risponde con frasi respingenti e crudeli, quasi una volontà di fargli conoscere il dolore per evitargli la delusione che la vita ha certamente in serbo per lui. Quando Tommaso, con lo sguardo adorante del bambino, dice alla madre che lei è la mamma più bella di tutte, Santa ridimensiona subito questo slancio, minimizza l’amore incondizionato, che pure ripete continuamente di desiderare con ogni cellula del suo corpo: è la più bella perché è la sua mamma, ma se la sua mamma fosse un’altra allora sarebbe quella la più bella.
“Che fa paura più la fragilità della forza, che autorizza a tenere le distanze, ad amare da lontano, senza mischiarsi, senza sporcarsi le mani. Che se ti prendi la briga di amarmi rischi che poi mi devi amare troppo e davvero.”
Se però la protagonista del romanzo poteva ancora salvarsi, proprio grazie alla tenerezza del piccolo maschio di casa, questa possibilità viene spazzata via da un altro uomo, Mauro, non meno violento di Gianni. La sua è una crudeltà silenziosa, sinuosa, come le spire di un serpente. Sono i passaggi più atroci e disumani del romanzo.
Santa è costretta a rinunciare alla propria volontà e da quel momento, raccoglie il suo cuore a pezzi per ricostituire quel libero arbitrio che le è stato tolto. Sia chiaro, il libero arbitrio non conduce necessariamente a scelte assennate o lodevoli, ma per Santa è l’emancipazione dalle aspettative altrui che si è sempre sentita proiettare addosso.
“Ma l’amore, l’amore è disarmante, l’odio invece, l’odio è un porto d’armi.”
La voce che all’inizio del romanzo era ruvida e sprezzante diventa sempre più sottile e tagliente come una lama. La ripetizione di alcune parole, quella insistenza che travalica nell’ossessione, è uno strumento saggiamente manovrato e apre le porte dei pensieri di Santa, che si fanno sempre più neri. La violenza che ha ricevuto ha sfamato i dolori che si porta dentro fin da bambina, forgiando una donna inquietante che potrebbe strappare la carne dagli ossicini del pollo e intanto guardare il commensale negli occhi, incurante del disgusto e della paura che può suscitare. Santa ribolle come magma e chiude il suo racconto con un’esplosione vulcanica che lascia senza fiato.
Casa editrice: NN editore
Collana: Stagione – le Fuggitive
Pubblicato a: settembre 2024
N. pagine: 208
Sull’autrice: Rosanna Turone, nata a Gioia Tauro nel 1981, vive a Biella dove è docente di pianoforte. Ha frequentato la Scuola Karenin di Bologna. Santa è il suo romanzo d’esordio.

