Non si vedono spesso romanzi con punti esclamativi nei titoli, ancora meno se si tratta di opere prime: quel segno di interpunzione ci dice da subito, con un tono piuttosto irriverente, che siamo davanti a un libro insolito. Creatura ibrida con elementi di memoir, saggio, poesia ed elegia, Sconfina, Beatrice! è un mosaico di frammenti che sembrano slegati e invece, man mano che si procede, compongono un disegno solido e coerente.
Il tema del confine è il filo che tiene insieme ogni parte: geografico e militare, personale ed esistenziale, linguistico e letterario. Ne è il simbolo principale e ricorrente la Linea Cadorna, luogo dell’infanzia dell’autrice. Una linea che snoda le sue spire tra annotazioni di viaggio, sogni e ricordi familiari e che, con i suoi chilometri di fortificazioni, diventa la metafora di una difesa interiore di cui Zammaretti mette in discussione la necessità.
Cadorna ordinò di allestire una imponente linea fortificata estesa dalle Valli ossolane fino ai passi delle Alpi Orobie, nella Valtellina, composta da molte strade, mulattiere, sentieri, trincee, postazioni d’artiglieria – alcune in caverna -, baraccamenti, osservatori, ospedali da campo, centri di comando e strutture logistiche; il tutto realizzato ad alte quote, dai 600 fino a oltre 2.000 metri. La complessa linea rafforzata dal confine svizzero ha una rete di strade, trincee e fortificazioni che coprono ben 72 km. La linea difensiva costa più di 105 milioni di lire (circa 150 milioni di euro odierni) […] Non essendoci stata alcuna offensiva della Germania o dell’impero austro-ungarico, il generale Cadorna affermò che la presenza della linea e di queste fortificazioni avevano scoraggiato gli avversari. Quella che sarebbe stata chiamata la Linea Cadorna fu inutilizzata ma non inutile.
Ma non si tratta dell’unico parallelismo tra generale e particolare, tra esterno saggistico e interno autobiografico: è affascinante vedere come brani dal registro tecnico e specialistico, alternati ad altri più introspettivi, vengano utilizzati come strumenti per tracciare una cartografia personale tanto precisa quanto pulsante.
Sono estasiata da tutti questi nomi per un’erba che vedo sui muri fin da quando sono piccola.
Non la fotografo, però. Neppure mi ci aggrappo. Ricordo quando, da bambina, ne strappavo le foglioline con un movimento unico di pollice e indice, ed era un gioco che adesso mi pare crudele. Mi limito a sfiorarne i piccioli sottili, come se accarezzassi i capelli di una dea capricciosa, per chiederle perdono.
La vista delle piccole felci dei muri mi consola, come se la natura si fosse impadronita di quei pertugi tra muri a secco e roccia: natura primigenia e salda.
Mi chiedo cosa abbiano riposto i soldati del genio militare in quelle trincee, cosa vi abbia riposto io oltre alla paura.
Tra i molti territori attraversati in Sconfina, Beatrice! emerge con forza quello del rapporto con il marito: la frattura della loro storia d’amore diventa un paesaggio interiore che ha il colore del deserto. C’è il senso di sterilità e abbandono, ma anche la possibilità di leggere nella perdita un’ulteriore soglia da varcare, con la consapevolezza che riecheggia nell’intero romanzo: i confini, anche quelli sentimentali, non sono mai soltanto limiti, ma luoghi di passaggio e di trasformazione.
Il protagonista di Sconfina, Beatrice! non è una persona, ma il labilissimo confine tra realtà e narrazione. Zammaretti, che ammette da subito di avere più fiducia nei libri che nelle persone, lo esplora attraverso la figura del suo mentore, presenza centrale e sfuggente: un amore non corrisposto, una guida solida che l’accompagna nella scrittura del suo primo libro, un lutto improvviso e doloroso. È lui il “tu” a cui è rivolta l’intera narrazione, ma a tratti quel “tu” sembra scivolare verso noi lettori, chiamandoci in causa. Diventiamo così i testimoni di un dialogo finalmente possibile perché traslato dal campo della vita a quello della letteratura: il vero luogo in cui il reale si compie.
Il mio immaginario è stato colonizzato dal cannibalismo quando ero piccola e in biblioteca prese un libro che narrava di un incidente aereo sulle Ande e di come i passeggeri siano sopravvissuti, divorando i sedili di pelle dell’aereo e i cadaveri di coloro che erano morti. Quella storia mi aveva impressionata e la notte non riuscii a dormire. Mio padre, che dovette sentirmi piangere, per consolarmi mi disse che non era una storia vera, ma io sapevo che invece no, era tutto reale. Ho sempre creduto di più ai libri che alle persone. I libri per me hanno sempre detto la verità. Ho confuso la verità dei libri con quella della vita, il che può divenire un problema. Anche io adesso sono sincera e so che tu mi credi. Sempre che tu legga.
Anche se non le cerco, le vecchie storie di cannibali mi trovano.
Il libro diventa allora un rituale catartico: un attraversamento che consente alla scrittrice di sciogliere un nodo rimasto sospeso, di dire addio con amore e gratitudine, per iniziare una nuova fase della sua vita di donna e di autrice.
Con uno stile unico, che si ribella alle convenzioni e alterna precisione saggistica e confessione lirica, Sconfina, Beatrice! è un libro profondo, che chiede attenzione e restituisce risonanza: un invito a oltrepassare il proprio personalissimo varco inespugnabile – ma solo per prepararsi ad affrontare quello successivo.
Casa editrice: Alcatraz
Collana: Labirinti
Pubblicato a: aprile 2025
N. pagine: 192
Sull’autrice: Francesca Zammaretti (1971) vive a Cannobio in provincia di Verbania. È un’insegnante. Nel 2005 pubblica il saggio Approdi alla Badia per Tararà Edizioni e nel 2010 la raccolta di favole Piedi caldi e sangue freddo per Acco. Sconfina, Beatrice! è il suo primo romanzo.

