Che differenza c’è fra Mangiabuchi e Mavaffa? Intanto ci sono una consonante maiuscola e una vocale aperta all’inizio di entrambi i nomi. ‘Ma’ è una congiunzione avversativa che posta all’inizio di un nome è già una chiave di lettura: un personaggio che appare solo in parte per ciò che è e si pone però in opposizione al mondo che lo circonda. Mangiabuchi si chiama così perché ingoia gli anelli di fumo dopo aver spento delle torce con la lingua. Mavaffa perché nel bar dove i colori sono quelli dei cocktail in cui gli avventori immergono il loro passato e il loro futuro, avvicina gli sbevazzanti, dice loro parole incomprensibili e di fronte al loro sbigottimento li guarda come si guardano dei beoti e si allontana apostrofandoli con un ‘Mavaffa’ in cui c’è tutta la superiorità di chi vede nel mondo intrecci e connessioni ai più proibite.

E’ improbabile, ma chi può dirlo, che J.R. Moheringer, autore de Il bar della grandi speranze abbia mai letto Sei stato felice, Giovanni, opera prima datata 1952 di Giovanni Arpino. Quando la scrisse Arpino aveva 25 anni e subito dopo aver spedito il manoscritto a Einaudi, dove fece presumibilmente sussultare Elio Vittorini ed effetto analogo ebbe su Geno Pampaloni quando lesse il libro, partì militare. La sua più grande preoccupazione era che non si notasse troppo l’influenza di Hemingway anche se il tasso etilico del testo era ed è talmente elevato da impedire che più d’uno seguisse quella strada. 

Perché Giovanni “è stato” felice e non lo è più? Arpino, in una Genova del dopoguerra che anni dopo avrebbe lasciato traccia nella vita e nella poesia di Fabrizio De Andrè e in una meravigliosa rassegna visiva nelle fotografie dei transessuali nei vicoli realizzate da Lisetta Carmi, sa che la felicità è un soffio passeggero, come quello che sgombera il cielo dalla macaja. E racconta come quel soffio arriva e passa (De Crescenzo ne fece una gag cinematografica imperdibile) fra gli odori dei vicoli, i debiti da pagare, le prostitute che stanno agli angoli, il porto, le scale che portano verso le alture dove ci si può sdraiare su un prato fresco.

La felicità è un vino buono che ti porta a non pensare ai guai. Giovanni vive un grande amore (che si ritroverà in termini diversi ma simili in La suora giovane) che però si dissolve quando finiscono i soldi: “Stanotte faremo tutte le nostre parole” è un verso che segna il senso del romanzo: c’è l’oggi e finite le parole ci sarà un domani ma chissà quale e non ci si può pensare.

Genova “Una vecchia e sporca città con vecchia e sporca gente” è il centro di un mondo che va da Livorno, dove il suo amico Mario vorrebbe trasferirsi perché è l’unico luogo che conosce, e Torino a nord. Torino “bella e vecchia” dove le strade “corrono dritte come fucilate”. E tutti gli altri luoghi Giovanni li inventa con le parole, trasforma sogni in luoghi mentre li racconta all’amata. Luoghi che diventano un mondo che non è né vecchio né sporco. Giovanni è stato felice quando finalmente trova il modo con i suoi compari di fare qualche soldo vendendo arance alla partenza di una corsa ciclistica: ma quella felicità svanisce quando un camion abbatte il carretto e trasforma ciò che doveva diventare guadagno in debito. In quello svanire Giovanni si trova e Arpino con lui. Un dissolversi della speranza che si ritroverà anche, con confini e premesse differenti, in Azzurro tenebra il meglio riuscito e finora ineguagliato racconto di una speranza sportiva andata in frantumi della letteratura sportiva italiana.

Ma in Sei stato felice, Giovanni Arpino l’amato sport lo cita senza definirne i protagonisti. Parla delle squadre di calcio genovese senza mai nominarle, quasi volesse sottrarsi al rischio di essere letto come un tifoso qualunque. Parla di corse in bici che gli aedi raccontano alla radio ma pur essendo in maggio non nomina il Giro d’Italia. Sedendosi su un muretto della salita della Misericordia guarda i tennisti biancovestiti giocare sui campi del TC Genova, il circolo british della città: non c’è invidia nel suo sguardo ma perfino un vago senso di privilegio nel poter lanciare lo sguardo su quell’oasi di biancore così distante dal buio dei vicoli. Felicità è oggi, il domani va solo sottratto all’ansia, ai pericoli, alle domande senza risposta. Qualcosa succederà.

 


Sei stato felice, Giovanni
Prima edizione: Einaudi, 1952
Ultima edizione: minimum fax, 2018
N. Pagine: 242

Sull’autore: Giovanni Arpino (1927-1987) è nato a Pola da una famiglia piemontese ed è morto settant’anni dopo a Torino. Nella sua carriera ha scritto più di trenta libri e ha lavorato a lungo come giornalista sportivo. Dotato di un timbro inconfondibile, è tra i pochissimi ad aver vinto sia il Premio Strega (1964 con L’ombra delle colline, Mondadori) che il Campiello (1980 con Il fratello italiano, Rizzoli).