“Manfredi, io credo che la nostra storia sia finita”.
Succede che un giorno, all’improvviso, tu venga lasciato dalla donna che ami. Forse un po’ te l’aspettavi, ma facevi finta di no. Forse potevi fare qualcosa per impedirlo, e invece non hai fatto niente. E allora una mattina qualsiasi, la tua paura più grande si materializza e ti travolge. Ma tu non reagisci, non trovi le parole da dire o le domande da fare, resti stordito, quasi in apnea. Prendi le tue cose e vai via, senza aver davvero parlato. Nella tua nuova casa, che scegli a fatica, l’unica cosa di cui ti accorgi è la mancanza di lei, l’Antonia.
Un nome, il suo nome, “che sembra una stagione, che aspetti tutto l’anno che arrivi”. L’Antonia che è così grande da riempire una stanza, che ha un viso che ricorda la fine di settembre, l’Antonia che diventa sole, folla, brusio, vita, vento fresco. La sua mancanza si sente nelle piccole cose, nei gesti, negli oggetti che non hanno più anima, nel cibo che non ha più sapore se non è condiviso e nelle domeniche pomeriggio da affrontare da soli in quella che non è una casa, ma un nascondiglio. E allora lentamente l’apnea dell’assenza ti travolge e la casa si riempie pian piano d’acqua: forse annegherai, o forse no.
La fine di un amore, tema ricorrente e immortale, è trattato da Filippo Ronca con voce ironica e personale, scanzonata e tragica. Ed è soprattutto il suo stile coraggioso a rendere interessante questo esordio. La grande padronanza della scrittura – si percepisce il talento del copywriter, che valorizza parole e significati – permette un ininterrotto calembour, che cattura e stupisce. Ronca ha il talento di trasformare le parole in immagini, e di farlo con rara efficacia:
“Qualcuno ha uno spillo? Qualcuno mi sente? Devo bucare queste parole”.
Nel romanzo, lungo flusso di coscienza, le domeniche di aprile “sembrano tessuto color ragazza baciata dal mare di bacio bellissimo e compiti già fatti”, pantaloni e magliette “sembrano muri” e lo sconforto improvviso, quello che abbiamo tutti, prende il nome, perfetto, di “burrone tascabile”.
Immagini che spesso hanno il fascino dell’assurdo, che ricordano un quadro di Magritte:
“ci sono due modi di sentirsi soli: come cucchiaini o come pomeriggi”.
La trama non è centrale in questo romanzo, che scorre tra sogno e realtà, con una sequenza di scene che non vuole in alcun modo essere lineare e che non trova – forse per scelta dell’autore – una conclusione efficace, con un doppio finale che non convince fino in fondo. I personaggi secondari se ne tornano forse troppo presto da dove sono venuti, lasciando tracce impalpabili. L’ambientazione funziona bene: la Brescia ventosa con i suoi caffè all’aperto, la casa dell’amore e quella dell’alta marea, l’ufficio-gabbia dove si mandano mail, si assume qualcuno, si licenzia qualcun altro. Quello che conta, il cuore del romanzo, è la metabolizzazione di un’assenza, assenza che viene sì subìta, ma accettata e quasi coccolata. L’Antonia è presente in tutte le scene, anche quando non viene nominata, perché è l’unità di misura del mondo del protagonista: “ti ho conosciuta e, per questo, non posso veramente morire”.
Casa editrice: Mondadori
Pubblicato a: febbraio 2024
N. pagine: 252 pagine
Sull’autore: Filippo Ronca è nato nel 1987 a Brescia, dove vive. Si è laureato con una tesi su Jack Kerouac e il Festival di Sanremo. Lavora come copywriter. Sembra che presto annegherò è il suo romanzo d’esordio.

