Un forestiero arriva con il suo trolley scalcagnato tra le pianure bonificate di Lorino, un paesino immaginario dell’Emilia Romagna. Un calzino bianco penzola dalla sua valigia come una banderuola della sua anima sdrucita, è la cosa più preziosa che possiede. Lorino sembra un paese fantasma, cullato dalla regolare geometria dei campi e dal suono costante delle idrovore che pompano acqua, eppure Remo ne è già attratto, dopo un anno di peregrinazioni vuole fermarsi in un luogo in cui sia facile lasciare il mondo fuori.
“Quando giunse in prossimità di Lorino, Remo era solo un viandante volutamente disperso e tutto il resto, tutto quel “prima” che c’è prima di qualcosa, se lo stava già mangiando il grano. Avrebbe provato sollievo, ma si era immaginato che scomparire dal mondo facesse più rumore, che suonasse forte come una rivendicazione, non silenzioso come la deriva di un tronco.”
Come avesse indovinato i suoi pensieri, una ruota del trolley si stacca e diventa un gioco da riporto per un labrador apparso all’improvviso. Il cane trotterella per qualche metro e pluf, sparisce. Inghiottito dalla terra senza lasciare traccia. Sarà solo la prima delle tante bizzarrie che il protagonista di queste pagine si troverà ad affrontare, in bilico su una superficie insidiosa e cosparsa di buche che separa il regno del dio della pianura da quello misterioso del dio della palude. Il soprannaturale però, ha poco a che spartire con gli umani, quando questi si impegnano da soli a voler disseppellire le proprie nefandezze.
Sottoterra, esordio intrigante di Fabio Ferrari per 8tto edizioni, è un mistery letterario che tesse con consapevolezza una ben orchestrata trama gialla al monologo interiore del protagonista, e al suo conflitto. Le vicende di un paesello solo in apparenza tranquillo e la catena degli eventi surreali in cui si trova coinvolto Remo ben presto assumono i contorni delle sue stesse inquietudini tanto da rendere indistinguibili la dimensione della realtà dal turbinio di sogni e pensieri che incessantemente ripercorrono l’ultimo incontro con Claudia, nel salotto al quarto piano della loro casa, prima che lei facesse le valigie. Della loro vita insieme rimane un calzino bianco, dimenticato tra i cuscini del divano, trattato come una reliquia. Claudia è morta e non sappiamo cosa le è successo, né di cosa si nutre il senso di colpa di Remo e perché cerchi di porre quanta più distanza dalla città, dal lutto che rappresenta. E non lo sapremo fino alla fine del romanzo; la stessa tensione anima su un binario parallelo l’altra linea narrativa che segue gli strani accadimenti di Lorino, sparizioni, morti inspiegabili, luci verdi che si muovono di notte per campi e argini, faide e bugie tra i suoi abitanti: un odio tramandato di generazione in generazione dai tempi della Seconda guerra mondiale, dalla lotta tra partigiani e fascisti. Eppure sembra una spiegazione troppo semplice addurre alla politica e allo scontro ideologico passato – anche se non troppo – la portata degli eventi, le minacce e l’omertà. Perché se a Lorino le pale hanno un codice identificativo, è proibito scavare e la terra ciclicamente frana, la colpa non può essere attribuita alle nutrie? Cosa cercano sottoterra gli abitanti di questo paese che si è autoescluso dal resto del mondo?
In apparenza inseguono la stessa cosa, Remo e i personaggi di Lorino: dimenticanza, un desiderio di oblio che stordisce e cura le ferite, un voler restare coperti da un sottile ma sempre presente velo di polvere terrosa. A ben guardare però così come Remo non riesce a fermarsi dall’andare fino in fondo, strato dopo strato, alla conoscenza dei misteri, allo stesso modo Lorino non può fare a meno di scavare, letteralmente. Automi o folli, accecati da un miraggio, la leggendaria esistenza di un tesoro fascista sommerso nella palude. Soggiogati del perpetuarsi delle loro azioni, anche se queste rischiano di portare alla luce vergogna e rovina, oppure una verità dolorosa, sono schiavi delle proprie storie. Non è un caso infatti che sia lo sguardo dei bambini, Antonino e Marianna, a saper leggere la realtà senza condizionamenti, così come Paco, il labrador con il quale inizia e finisce l’enigma: sono liberi dalle storie e da esse non possono essere manipolati. Per questo gli stranieri non sono benvoluti a Lorino, chiuso nella sua avida caccia al tesoro, cosa succederebbe se questa storia venisse scoperta e condivisa?
«Non mi piace la gente che viene da lontano» precisò il locandiere, «porta storie nuove e le storie non sono mai una cosa buona per nessuno. Oppure vanno in cerca di una storia, e questo non è buono per loro».
Sorretto dal felice connubio tra ironia e malinconia, da un’avvolgente atmosfera surreale e un senso di sospensione magico e grottesco, e da una prosa fluida, limpida – talvolta un po’ troppo sollecita a fornire spiegazioni a chi legge – l’esordio di Fabio Ferrari colpisce in particolar modo per la profondità e varietà dei personaggi. Non solo Remo ma anche tutta la costellazione di figure secondarie che di lui sono specchio, risorsa e ostacolo nel suo percorso interiore, creano connessione emotiva, riflettono il molteplice spettro dell’animo umano, dal rancore all’amore filiale, dalla vendetta all’ossessione, dal rimpianto alla voglia di innamorarsi ancora. I dialoghi schietti, venati da un sarcasmo un po’ romagnolo riportano il sorriso laddove un attimo prima covava la tristezza, senza mai indulgere nel pathos. Sebbene si insinui una polvere esistenziale e drammatica, a ricordarci che in fondo ci si salva – e mai da soli – ma le storie a cui crediamo, quelle che ci definiscono, vivono indipendentemente da noi e si ripetono in ogni epoca, in ogni luogo, in forme sempre nuove o forse, sempre la stessa.
Casa editrice: 8tto edizioni
Collana: B8ttoni
Pubblicato a: maggio 2025
N. pagine: 336
Sull’autore: Fabio Ferrari è nato a Milano e vive a Russi, in provincia di Ravenna. Negli ultimi anni è stato un allievo di Bottega Finzioni, finalista del Premio Zeno del 2020 e ha vinto la X edizione del Premio Inedito.

