C’è una terra, al confine nordorientale d’Italia, che per circa quaranta anni ha cambiato “padrone”: prima la monarchia asburgica, poi il fascismo e la dittatura nazista, quindi le milizie del maresciallo Tito e l’amministrazione anglo-americana, infine una linea tracciata sulla carta geografica, e quella parte di nazione che da Italia diventa Jugoslavia. A lungo quella terra e la sua gente sono rimasti nel silenzio, poi, come accade, la voce della storia si è levata alta ed oggi, ogni anno il 10 febbraio, celebriamo il ricordo dell’esodo giuliano-dalmata, la diaspora di circa 300.000 persone allontanate dalle loro case e dai loro affetti, l’ignominia delle foibe.
Su tutto questo prende vita Storie bumbare, romanzo d’esordio di Francesca Silvestre, Italo Svevo edizioni. La narrazione inizia al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943 a Dignano d’Istria, zona di frontiera, e arriva ai nostri giorni, passando da una generazione all’altra, tra vite spesso dolorose ma vissute con coraggio, senso di appartenenza e grande dignità. Un racconto lungo che segue le sorti della famiglia di Giovanni Bulessi, il capostipite, mite proprietario dell’emporio del paese. Sua figlia Luze sarà la maestra della scuola fino a quando, per sfuggire all’oppressione del dittatore Tito, salirà sul piroscafo Toscana che nel 1947, da Pola, trasportò sulla riva opposta dell’Adriatico migliaia di esuli istriani. Dopo molti anni, sarà la pronipote Emilia a tornare nel paese del bisnonno e a riscoprire le vicende della sua gente.
L’autrice struttura il libro in una serie di “quadretti” che viaggiano in un tempo narrativo volutamente indefinito, perché Storie bumbare non è un romanzo storico: la Storia c’è ma serve da scenario, fatalmente tragico, delle vite narrate; sono i personaggi che contano e alcuni sono indimenticabili. Come Giovanni Bulessi, colto sempre nelle espressioni e nei gesti che ne rivelano la forte carica di umanità. In un paese dove il furore iconoclasta ha eliminato Dio, “sior Bulessi” ne fa a modo suo le veci, attento e caritatevole, soprattutto verso i bambini:
“Con clienti e fornitori il sior Bulessi fingeva di essersi stufato e non perdeva occasione per lamentarsi di quei quattro macachi sempre in attesa sul marciapiede. In realtà non tollerava che fossero maltrattati. «I xe pici. Non podì far un po’ d’attension?».”
Il centro scena è dunque tutto della creazione letteraria. Silvestre fotografa brani di vita proprio nel momento in cui avvengono. Non sono ricordi, piuttosto sono sequenze che risuccedono mentre cadono sulla pagina scritta.
Così, insieme a Bulessi, vediamo agire Luze e Milan, Valdina e Mate, che sono l’emblema dell’amore che resiste nonostante tutto, un amore che è solo dei giovani e per i giovani:
“«Te me sposi. Ora te ga da sposarme», diceva Luze. «Te sposo, ’desso te sposo», rispondeva Milan. « Sì, te ga da sposarme», ribadiva la ragazza, sorda alle rassicurazioni del fidanzato, come se quella promessa di matrimonio fosse l’unica garanzia di futuro.”
“Mate soffocava in gola le risate e attendeva che nel buio si sentissero soltanto gli schiocchi delle falive nel caminetto, scintille che scandivano il tempo, preannunciando il momento in cui Valdina si sarebbe alzata dalla branda e in punta di piedi si sarebbe sporta dal davanzale a scompigliargli i capelli.”
Valdina, che ha sostituito la madre Vincenza, uccisa dai titini, come levatrice del paese, è l’espressione dell’altruismo, della testarda volontà di chi, nonostante tutto, crede nella solidarietà che nasce quando la sofferenza sembra ormai aver vinto sui buoni sentimenti. Ha rinunciato al matrimonio e ai figli, ma fra tante difficoltà aiuta a far nascere quelli degli altri. E, soprattutto, Valdina è il personaggio che più riflette l’amore per la propria terra, qualcosa che ha nel sangue, un vero e proprio patrimonio genetico. La terra che non ha mai voluto lasciare:
“«Dai Luze, no sta rabiarte. Fra un po’ venio, te lo prometo». Luze l’aveva ascoltata incredula. Portavano via i morti da quella terra e Valdina voleva restare. Non aveva cambiato idea neppure davanti alle bare che, sporche del fango da cui le avevano disseppellite, salivano lungo la fiancata del Toscana tra le grida di reciproco incitamento dei manovali e le raccomandazioni preoccupate dei congiunti, come se uno scossone potesse compromettere il riposo del defunto.”
Storie bumbare è un romanzo affascinante. La penna esordiente di Francesca Silvestre compone una scrittura che, animata a tratti da un effervescente dialetto e in un continuo brulicare di immagini, sposta incessantemente il fuoco della narrazione, non si ferma mai per prendere fiato e non stanca, scorre via veloce, sembra voglia invitarci a seguirla, a stare al passo perché ci farà divertire, emozionare, indignare.
Passato e presente si danno il cambio con naturalezza in un racconto che si autoalimenta, restituendo il ritratto di una comunità spogliata delle proprie radici ma tenace nella ostinata dignità che la anima:
“Nissun podeva convinserlo che quela tera non jera Italia. E comunque lui e la moglie sarebbero tornati.”
Casa editrice: Italo Svevo
collana: Incursioni
pubblicato a: febbraio 2026
pagine: 264
Sull’autrice: Francesca Silvestre è nata a Cittadella nel 1971 e vive a Padova. Storie bumbare è il suo romanzo d’esordio ed è in concorso per la narrativa al premio letterario Giovanni Comisso 2026.

