L’esordio di Emanuela Anechoum è un romanzo dedicato ai luoghi che ci definiscono e a cui dobbiamo tornare per capire chi siamo. Tangerinn viene pubblicato nel gennaio 2024 da edizioni e/o e da allora continua a raccontare la ricerca di un posto da chiamare casa. 

La protagonista è Mina, una giovane donna metà italiana e metà marocchina che ha lasciato il paese sulla costa calabrese dove è nata in cerca di un futuro di emancipazione a Londra, quella città che era la terra promessa dei nati tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, sogno che aveva sostituito l’american dream delle generazioni precedenti, prima di essere a sua volta spazzato via dalla Brexit. Vive con Liz, una digital activist “molto brava a maneggiare la bellezza”, ma profondamente odiosa, insopportabile. Mina ne rimane affascinata, se non folgorata, pur riconoscendo le sue contraddizioni. La sprezzante lucidità di Anechoum descrive una Liz che è la parte peggiore di molti di noi, ferventi sostenitori di istanze di cambiamento che si rivelano una facciata scintillante per le incoerenze più evidenti.

“Era una pratica molto amata in città, quella di osservare dall’alto del proprio privilegio chi sta sotto per sentirsi illuminati, coinvolti, ma senza sforzo – stare in prossimità della vita disordinata, complicata, a volte misera, invece che viverla.”

Non è stato doloroso partire per Mina, ma una telefonata la costringe a tornare: suo padre è morto improvvisamente. Ritrova quindi la sorella Aisha, la sorella maggiore che non ha mai lasciato il paese natale e non sembra soffrirne, indipendente e fiera nel suo hijab, e per questo oggetto di critica da parte della protagonista che non la capisce. A casa c’è anche Berta “la stramba”, madre che una sola volta verrà chiamata mamma, eccentrica e inaffidabile, al punto che le due sorelle sono state cresciute dalla nonna, ormai molto anziana. 

“Perché te la prendi con lei e non anche con papà? Solo perché lei è la madre e quindi deve esistere per amarci e accudirci? Amare e accudire noi,  figlie che forse non ha mai voluto? E invece Omar è stato un santo perché… perché era un uomo così distante e sfuggente che lo potevi idealizzare facilmente?”

I capitoli del presente si alternano a frammenti in cui Mina si rivolge direttamente al padre con una seconda persona che inchioda ed esige ascolto, quando ormai è tardi perché quell’uomo così mite e inafferrabile non potrà più rispondere. Diventano pagine in cui la protagonista rievoca, ma soprattutto immagina, l’infanzia del padre: lo si vede correre da bambino, sbucciarsi le ginocchia sulle strade di Derb Sultan, crescere insieme ai fratelli (soprattutto l’amato Idris), sognare un futuro diverso e infine lasciare il paese. 

“è pericoloso, lo imparasti solo dopo, essere consapevoli del proprio potenziale inespresso: si tende a idealizzare tutte le vite non vissute e a odiare l’unica che conta davvero, la vita che hai. È una cosa che ti mangia dentro.”

In Calabria Omar apre il Tangerinn, un bar che ricorda il crogiuolo di culture che ha visto mescolarsi nella Zona Internazionale, un bar “per immigrati”. Ebbene sì, perché l’autrice ci mette davanti alla cristallina verità che la lingua non è mai neutra, le parole non sono intercambiabili. La parabola di Mina ricalca quella del padre Omar, in un volo ascensionale che vede la realizzazione personale e l’emancipazione professionale sempre un po’ più a Nord; eppure lui resterà un immigrato, mentre lei viene definita expat (versione molto cool e rigorosamente non tradotta di expatriate).

Una scrittura precisa, essenziale e diretta, che non si dilunga sugli argomenti pur profondissimi che tocca il romanzo, privilegiando il tono naturale di una conversazione tra amici. La facilità con cui si sfoglia la pagina non deve però essere confusa con leggerezza o superficialità, perché quelle parole si depositano, riverberano e col tempo germogliano.

Il Tangerinn è l’eredità che Omar lascia alle figlie e con cui Mina deve confrontarsi: se in un primo momento l’istinto è la fuga (“Se fossi rimasta al paese troppo a lungo avrei rischiato di scoprirmi diversa dalla me che avevo costruito in città”), bastano pochi giorni perché lei diventi inconsapevolmente parte degli ingranaggi ben oliati che muovono la famiglia e la comunità intera. 

“Aisha era rimasta ferma, eppure aveva fatto qualcosa di bello con il suo tempo. Io invece al tempo non pensavo affatto, ossessionata com’ero dai luoghi.”

Sarebbe stato facile chiudere il romanzo con la protagonista che torna a vivere nella Calabria che le ha dato la vita, pacificata dal ricordo che l’avrebbe vestita come l’ennesimo abito scelto dagli altri. Il coraggio dell’autrice sta proprio nella scelta di un finale aperto dove Mina non ha ancora trovato se stessa ma sa di dover intraprendere un nuovo viaggio, questa volta di ricerca e non di fuga.

 


Casa editrice: edizioni e/o
Collana: Dal Mondo
Pubblicato a: gennaio 2024
N. pagine: 256

Sull’autrice: Emanuela Anechoum, nata a Reggio Calabria nel 1991, ha iniziato a lavorare nel mondo dell’editoria a Londra, per poi trasferirsi a Roma. Ha scritto per Vice, Doppiozero, Marvin Rivista. Tangerinn è il suo primo romanzo.