Una brutta voglia di Anna Schirru è uno di quei libri che una volta aperti non si richiudono più, continuano ad agitare la mente anche dopo l’ultima pagina, come fa il vento di maestrale che soffia prepotente su Iglesias.
Anna è una bambina, vive in una piccola città del Sud della Sardegna, guarda il mondo dal basso verso l’alto con quegli occhi che i bambini hanno e gli adulti perdono: occhi che non filtrano, non censurano, non perdonano.
È la voce di Anna che detta il ritmo, che decide cosa entra e cosa no, che segue il filo intricato dei propri pensieri. Una scelta ontologica prima ancora che stilistica.
Il risultato è un flusso di coscienza torrenziale, che ha il passo di una litania antica: non un monologo interiore ma qualcosa di più orale, più fisico, quasi un incantesimo. Le frasi si accumulano, si inseguono, si sovrappongono nel respiro sincopato di chi racconta tutto perché ancora non sa cosa sia necessario tacere.
“Solo Giorgina la muta non muove mai neanche la bocca per fare finta e maestra Ines, Giorgina canta o ti metto una nota e noi, dai Giorgina muovi almeno la bocca che sembra che canti e cantiamo noi per te ma lei niente muta e i lacrimoni e maestra Ines che le scrive le note sul diario senza pietà”.
Eppure in questo apparente disordine si nasconde una precisione chirurgica: quella dello sguardo infantile. Anna legge le incrinature negli adulti senza avere ancora le parole per nominarle, con quella lucidità spietata che appartiene solo ai bambini: «[…] maestra Ines quando racconta queste cose di lei bambina diventa dolce e tenera ma io non mi fido che lo so che lei è senza pietà».
È l’invincibile sesto senso dei piccoli – Anna non capisce tutto ma sa, come se certi luoghi trasmettessero ai loro nati una facoltà di lettura del mondo che non passa per la ragione.
Schirru dispone intorno ad Anna, come un coro, una galleria di personaggi, ciascuno con il suo peso, la sua voce, il suo modo di non dire – una comunità che commenta, giudica, tace e recita insieme, eppure incapace di intervenire su ciò che conta.
“Che le sigarette accese sui balconi hanno a che fare con la magia ne sono abbastanza sicura”.
È in questo clima di cose non dette, di emozioni sepolte, che Anna cresce e impara a decifrare il mondo da sola, e per farlo, ricorre agli strumenti che ha, anche la superstizione, che in certi luoghi è un sapere molto serio.
“Se coi piedi calpesto una mattonella grigia succederà qualcosa di brutto, se riesco a camminare solo sulle mattonelle rosse, no”.
È la logica magica dell’infanzia che cerca di tenere a bada qualcosa di più grande, una minaccia che quando prende forma, lo fa con la naturalezza sconcertante delle cose inevitabili: “Andiamo a morire e lo sappiamo. Le cose stanno così”.
C’è in queste righe la stessa fatalità di un coro euripideo – non rivolta, non disperazione, solo constatazione.
Su questo stesso confine si muove anche il soprannaturale, come quando Anna vede Pietro, lo zio morto giovane, seduto a leggere in camera sua. Non c’è spiegazione, non c’è paura, c’è solo il fatto, inserito nel flusso degli eventi. In questa Sardegna i morti non spariscono del tutto, e i vivi lo sanno – il confine tra i due mondi è poroso quanto quello tra ciò che si dice e ciò che si tace.
Dietro i segreti di famiglia c’è tutta la geografia emotiva di una generazione che ha imparato a custodire i sentimenti, a trasformarli in qualcos’altro pur di non pronunciarle.
“E poi quel Natale nonna mi ha confessato il suo segreto: io e Bud Spencer ci amiamo e ci dobbiamo anche sposare, mi ha detto […] Nonna ma tu non sei già sposata con nonno Vincenzo? Nonno Vincenzo non ci deve neanche provare a tornare. Perché? Perché lo sa che lo aspetto con le pietre. Le pietre? Se torna questa volta gli spacco la testa. È cattivo ha detto nonna, è cattivo.”
Ed è forse questo il tratto più raro di Una brutta voglia: la capacità di tenere insieme, senza sforzo apparente, il comico e il funebre, il quotidiano e il visionario, la voce di una bambina e il respiro di qualcosa di molto più antico.
Anna Schirru ha trovato una voce che è anche una forma, un ritmo che è anche uno sguardo; non spiega la Sardegna, non la illustra, la abita con la naturalezza di chi non ha mai avuto bisogno di tradurla. E questa naturalezza — selvaggia, precisa, incurante — è ciò che resta addosso dopo.
Casa editrice: Wudz edizioni
Collana: Narrativa
Pubblicato a: febbraio 2026
N. pagine: 160
Sull’autrice: Anna Schirru (Iglesias, 1985) è attrice e regista. Lavora part-time in libreria e insegna teatro a bambini e adulti.

