Paura e delirio a Trieste, verrebbe da dire, leggendo i fatti che scuotono il capoluogo friulano raccontati da Matteo Quaglia nella sua opera prima Volevamo magia, edita da nottetempo.

Si prenda un gruppo di studenti universitari ‘vitelloni’ fuoricorso e fuorisede, intellettuali perché leggono Camus e citano Proust; a questo si aggiunga una rivista letteraria autoprodotta da quattro soldi, teatro di scontri fra studenti di ingegneria mal visti, pasoliniani convinti e ‘nordamericanisti’ snob che si improvvisano redattori e taglienti critici. Il tutto consumato tra le aule buie e basse delle facoltà di Lettere in una Trieste cupa, schiacciata dallo spleen estivo e dalla noia che porta con sé l’autunno. Il risultato è un noir, a tratti surreale, in cui i personaggi – sgangherati e grotteschi – riescono a creare una vicenda originale e avvincente con un climax che non sembra mai raggiungere il suo grado massimo.

Il protagonista è un ‘millennial fantasma’ di cui non si conosce il nome ed è lui a raccontare i fatti. Studente iscritto a Giurisprudenza, poco incline al diritto, molto dedito alla lettura e decisamente incline al catastrofismo. Il suo atteggiamento ricorda quello di Bret Easton Ellis in Le schegge: una curiosità morbosa, quasi ossessiva, capace di alterare la realtà e confondere lo stato delle cose. L’ossessione del personaggio di Quaglia, però, non è un misterioso e affascinante preppy come Robert Mallory, ma è Ludovica: una ragazza intelligente e sfuggevole, studentessa di Lettere e appassionata di Carrère. Dopo quella che sembrava un’attrazione reciproca e la storia di una notte, Ludovica fa perdere le tracce di sé piantando in asso il protagonista che già pregustava una relazione tormentata e passionale degna di un grande dramma. Si ritrova, invece, come un Werther contemporaneo in preda a una disperazione meno nobile e una sofferenza spicciola che Quaglia descrive con equilibrio tragicomico.

“Forse mi comportai in questo modo per coltivare una mia immagine da intellettuale incompreso, o magari temevo soltanto che, se le avessi scritto, Ludovica non avrebbe risposto (come peraltro poi accadde)”.

I personaggi sono indipendenti ma si presentano a volte come marionette: gestite e controllate da un burattinaio invisibile di cui il lettore non conosce le intenzioni. Incarnano l’immagine perfetta di un romanzo disincantato sulla fugacità del tempo e sulla concezione della realtà. Questa, infatti, non è mai come appare: è relativa e soggettiva, dipende dall’osservatore (giusto per rimanere in tema Proust). Quaglia, però, si mostra distante da questi schemi e, nel corso della narrazione, gli studenti hanno preso la laurea, lavorano e si lamentano del loro status di piccoli borghesi insoddisfatti della piega che ha preso la loro vita. A dare una svolta alla staticità della loro esistenza è un evento tragico, che pare quasi un pretesto, capace di mettere in crisi il protagonista, impiegato in una compagnia assicurativa. Un giorno viene ritrovata un’auto sull’autostrada, coinvolta in un incidente, alla guida c’era Piero, amico comune della redazione di Fucilazione (la rivista letteraria universitaria) e di Ludovica.

“Non si può conoscere davvero nessuno, mai, che la nostra conoscenza degli altri non è che una proiezione intima, e dunque, anche se lui credeva che Piero fosse un certo tipo di persona, con ogni probabilità era qualcuno di molto diverso”.

Il romanzo prende le tinte di un ‘crime-assicurativo’ perché si scoprono, a poco a poco, una serie di strani incidenti in cui i protagonisti sono quelli che i periti chiamano “attori motociclisti”; sinistri atipici che avvengono nel nord Italia. La cosa che desta sospetto è che tutte le persone coinvolte ruotano attorno a un filone cinematografico indipendente, il “neo-horror del Nord-Est”, tra cui, tra i vari esponenti dai nomi pittoreschi e cringe, spicca quello di Carla Rossini.

“La capacità di certe persone di sorvolare l’abisso senza guardare giù mi ha sempre sconvolto. Del resto, la tecnica serve proprio ad allontanare il dolore, a predisporre soluzioni che non prevedano lo scorticamento emotivo”.

La narrazione procede regolare ma non è prevedibile e ciò è dovuto, in primis, alla capacità di Quaglia di tenere il lettore appeso allo stesso filo che regge i personaggi. Il protagonista, annebbiato da alcool, incertezze e angosce varie, dubita di tutto e tutti, perde il contatto con la realtà al punto da portarci a dubitare della narrazione stessa. Notti insonni passate su YouTube guardando pessimi cortometraggi per cercare un collegamento tra Ludovica e il “neo-horror del Nord-Est”. Tutto viene associato a qualcosa e la situazione sfugge di mano a chi “indaga” e a coloro che sono coinvolti nella vicenda.

Quaglia racconta una storia da diverse prospettive mettendo in discussione il punto di vista di chiunque, proprio come avviene nei romanzi di Ellis. Un crime dalle note volutamente grottesche, in cui il sarcasmo pungente si mischia al tragico, per mettere in risalto il senso di sfiducia di un’intera generazione. Ragazzi che volevano divorare il mondo con idee originali ma che, invece, si sono ritrovati a uccidere le proprie ambizioni per far spazio alla realtà, al concreto. Una generazione che voleva magia e, a forza di inseguirla, ha finito per alterare il vero trasformandolo in un romanzo, da bravi letterati falliti e sognatori.

 


Casa editrice: nottetempo
Collana: narrativa
Pubblicato a: gennaio 2025
N. pagine: 160

Sull’autore: Matteo Quaglia è nato in un piccolo paese di montagna, vive a Trieste, città in cui ha studiato e lavora. Nel corso degli anni ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie, tra cui Nazione Indiana, l’inquieto, Malgrado le Mosche e inutile. Volevamo magia è il suo primo romanzo.