In una città che non si lascia riconoscere un gruppo di ventenni attraversa un anno o poco più, e in questo lasso di tempo come tutte le persone, solo in modo più irriverente, fa “spesso cose a caso e senza motivo, tanto per stare un po’ in compagnia, per crearsi dei ricordi insieme”.

Remo, il protagonista, si appassiona e si perde nelle vite disordinate degli amici, scivolando da una situazione a un’altra, a volte tentennando, ma sempre con generosità e con occhi sgranati e interrogativi. La sua prima persona è cumulativa, abbraccia anche gli altri, fa famiglia. White People Rape Dogs non è un romanzo in cui si sta da soli, nessuno dei personaggi ne ha voglia, si tratti di affrontare la città, di una spedizione in un bar e più di tutto, di fumarsi una canna, prendersi l’anfetamina o un fungo. Il drift e tutte le altre esperienze di sgretolamento della realtà sono sempre momenti sociali: non è solo un espediente narrativo, così che il protagonista possa rilasciare il suo racconto; la condivisione è l’unica certezza che tiene unito il mondo di questi ragazzi. E quando corpo e mente sono elettrificati dalle sostanze in un momento estatico, cavalcando onde cerebrali in assenza di tempo e spazio, oltre la propria finitezza, Remo scivola pronto nella testa e nei pensieri di un amico. Questa leggera diversione del punto di vista porta l’altro in prima persona, l’altro come specchio e anche come boa di virata quando il confine tra la realtà e il proprio sé si sia assottigliato fino a scomparire: l’altro ci riporta sempre a casa. Si tratta di una storia di amicizia in disguise, una foto di gruppo venuta mossa, e se la si guarda meglio, ci si accorge di come ciascuno abbia un dettaglio messo a fuoco che fa vibrare l’immagine intera. 

È più facile dire cosa questo romanzo non è: non è una distopia, anche se in più di un’occasione si ha l’impressione che lo stia diventando. Non nasconde un cuore politico, anche se a metà corsa abbraccia una storia eversiva, con toni concitati e grotteschi.

Non è un romanzo generazionale, pure se i protagonisti sono poco più che ventenni e camminano, pensano, parlano come ventenni. Non è nemmeno il tentativo di descrivere un unico continuo stato alterato di coscienza, sarebbe il punto di osservazione più sbagliato. Il tema non è la droga, la droga è solo il mezzo per fondersi con la realtà, una volta cadute tutte le resistenze mentali. Qualsiasi tipo di sostanza catalizza un displacement (a monte, il titolo in inglese è già un displacement) che non è uno scollamento dal mondo, ma una maggiore aderenza. Questo corrispondere alle cose del mondo, questo ritornare alla materia da cui proveniamo è il motivo vero del romanzo, reso a pieno dallo slittamento frequente della lingua nel registro poetico: dopo la contrazione del parlato, si scivola in maniera fluida dentro a una lingua con un’altra densità. 

Una forza ci prende e ci rilascia. Riempie il mio corpo e poi lo svuota. Sono io, la forza che riempie il mio corpo. Ne ho riempiti tanti di corpi, ho la sensazione, prima di questo. Ma ora voglio liberarmi. Liberare le mie ossa dal controllo, e la mia anima dalla meccanica del corpo. Far affondare lo scheletro nella terra asciutta del tempo e farmi ritrovare dagli uomini del futuro che mi bruceranno nelle loro stufe per scaldarsi dalla glaciazione. L’anima rimetterla al vento, ai vari colori che ci trasportano.

Questo romanzo scappa, ha sempre voglia di essere altro, non è mai una cosa sola, ha il passo della fuga. “L’unico spazio che ha il testo per durare è quello emozionale” ha detto Pier Vittorio Tondelli, e forse è nei momenti di sospensione più spinta e di incorporeità, persa a inseguire un filo rosso immaginario, che la voce di Iannuzzi può arrivare dritta al lettore. Si inserisce in una linea di padri e madri che comprende i Cannibali, viene in parte anche da lì, ma non è un tentativo di portare avanti quel lignaggio, di renderlo ancora una volta contemporaneo. White People non porta nessuna novità al genere, è forse, parzialmente, un omaggio, in tempi che hanno già preso le distanze da quel momento e lo guardano come un capitolo chiuso. Ma anche così non è abbastanza, è giusto un recinto stilistico in cui limitare il testo. Il desiderio alla base di questo romanzo parte e riguarda sempre la lingua. Vuole raccontare una storia con una sola emissione di fiato o un’unica frase, dall’inizio alla fine. E ci riesce, non solo perché è breve e si legge in una battuta; ci riesce soprattutto per la gestione del tempo narrativo: il flusso è continuo, nulla di quello che sta succedendo viene annunciato, il lettore se ne accorge in corsa (se presta attenzione, perché i sensi vengono sollecitati tutti assieme), è immerso nell’esperienza; la lingua stessa diventa un altro senso attraverso cui passa la realtà. Non c’è frattura, non c’è distacco, si scivola da un momento nell’altro, da un registro nell’altro con una spinta lieve, come intorpiditi. Forse proprio per questo, perché non concede pause, perché impone un passo di lettura, è una storia in cui si vorrebbe stare, senza uscirne. Anche il ritmo, tenuto dall’inizio alla fine, è figlio della lingua – che è la stessa, sempre, modulata in toni diversi per il falciato del discorso diretto e per i lunghi scivoli poetici; una lingua antalgica da cui ci si lascia blandire, perché anche dove rompe acida e netta, si allunga sempre con giri sinuosi nel chiudere la frase. I due movimenti non si possono separare, la costruzione della pagina è data dall’insieme: se si stacca la parte più contratta dalla coda poetica, si perdono entrambi. Il tutto funziona per giustapposizione, come il ramo di un albero che conservi il ricordo dell’innesto in una fioritura doppia, a due colori. White People Rape Dogs è una storia fatta di lingua, più che di trama. E perciò si può entrare da qualsiasi punto, senza confondersi. Leggendo si ha la sensazione di un nastro che continui a girare, un loop che non si arresta; la storia finisce, e lì dove finisce potrebbe ripartire, daccapo. 


Casa editrice: Einaudi
Collana:
Stile libero
Pubblicato a: maggio 2024
N. pagine: 136

Sull’autore: Jacopo Iannuzzi (1993) è trentino, ha studiato Lettere, con White People Rape Dogs ha vinto la 36ma edizione del Premio Calvino.