Che forma e contenuto dovrebbero essere un binomio inscindibile, comunicante e generativo è un assioma. Ma ci sono opere che ce lo ricordano più di altre. Xerox di Riccardo S. D’Ercole, edito da Pidgin Edizioni, lo fa con irruenza. Come? Urlando a squarciagola. 

“[…] guardate che non c’è niente proprio niente da ridere da sorridere da essere fieri proprio niente che valga la pena essere vissuto che è tutto veleno e paura e ferite e dolore e lacrime e sangue”

Nel testo di D’Ercole è la forma ad ammaliare e al tempo stesso a mettere alle strette i lettori. La lingua con cui ci si interfaccia è dura, martellante, volgare, introspettiva. Un lungo flusso di coscienza in cui la punteggiatura, talvolta sparendo, cede al caos rabbioso della voce narrante. Nella sintassi riecheggiano gli echi di quella sperimentazione linguistica della Letteratura Cannibale italiana degli anni ‘90.

La trama è facilmente riassumibile: siamo in una serata in un centro sociale, una nottata in cui musica post-hardcore, alcolici e diverse droghe avvolgono ogni cosa.

L’universo percettivo, creato dalla prosa dell’autore, stupisce continuamente e obbliga a una lettura affannosa. Perché i ricordi che emergono dal passato travolgono la narrazione generando quasi un presente continuo che sovrappone e lega i diversi piani temporali, a ritmo serrato. Difficile immaginare di leggere questo breve romanzo interrompendolo: il fiume in piena che scorre torrenziale sulle pagine è torbido, oscuro e ribolle un dolore che emerge dal sottosuolo interiore. 

“[…] dopo che mia madre aveva fatto un pollock sul marciapiede e l’avevano ritrovata con due denti in bocca e la testa che sembrava un panino di mcdonald’s abbandonato mezzo smozzicato”

Ed è l’ombra della madre ad aleggiare per tutta la vicenda, una donna che si è tolta la vita buttandosi giù dal terrazzo. Il trauma ha trasformato il protagonista, lo ha logorato rendendolo un concentrato puro di odio. Il rifiuto provato verso il mondo nasce infatti da un bisogno di amore disperato che non riesce a manifestarsi se non tramite l’uso di stupefacenti e rapporti sessuali occasionali, consumati in macchina o nei bagni del locale. Emblematica è la scena in cui il protagonista, durante un amplesso, chiede di essere tagliato con un coltello per poi mettersi a piangere. Un impulso di morte, detto in termini freudiani, che racconta il vuoto esistenziale dovuto all’abbandono. 

“[…] quella specie di mandria di gregge di merda che avanza trascinando le suole tra i bicchieri e le cicche di canne le cicche di sigaretta i bicchieri vuoti le gocce di sudore che evaporano velocemente”

Il pubblico presente nel locale è simbolo di una massa da cui la voce narrante prende in più occasioni le distanze. Un distacco sia desiderato e cercato ma che ha dell’inevitabile visto il suo modo di relazionarsi agli altri. Perciò l’immagine finale, il colpo di coda con cui termina la storia, sorprende e rimane impresso. Una scena cristologica, uno stage diving sulla folla che diventa un’entità unica in cui persino l’ultimo degli ultimi può sentirsi parte.

 


Casa editrice: Pidgin Edizioni
Collana: Stormo
Pubblicato a: giugno 2025
N. pagine: 72

Sull’autore: Riccardo S. D’Ercole è nato ad Andria nel 1993 e vive a Milano. Lavora come redattore freelance e curatore editoriale. Ha scritto per Rolling Stone Italia, Black Camera, Zero. Dal 2018 dirige e coordina Nea Magazine.