Entriamo nel romanzo d’esordio di Mota da un’anticamera sterile, costruita su un linguaggio erudito e tecnico, dove i nostri passi risuonano sereni: sono alcuni stralci di un intervento di Anne Hollis, la psicoterapeuta ideatrice della Camera a Luce Inversa che dà il titolo all’opera. È attraverso il dispositivo terapeutico sperimentale introdotto dalla dottoressa che i tre protagonisti, Vanessa, Siddiq e Martin, partecipano a un esperimento di regressione condivisa, con l’obiettivo di rivivere e rielaborare la violenza sessuale e psicologica che hanno subito da bambini. Un incipit così freddo e asettico non ci prepara minimamente alla terra che ci mancherà ben presto sotto i piedi, per farci cadere in acque che non vorremmo nemmeno sfiorare – ma alle quali saremo grati, pur non riuscendo mai ad asciugarci del tutto.

(…) “lesione, ferita, sì, certo, scontato, come quando uno inciampando e cadendo si sbuccia il ginocchio e pensa che sia tutto lì e che circoscritta nel suo sangue ci sia la fine del mondo, come quando uno ha l’emicrania e pensa che sia tutto lì, tutto, e che stia finendo il dannato mondo, e quando imparai cosa comportasse il primo giorno di mestruazioni, ecco, stava davvero tutto lì e pensavo che finisse il mondo e materia oscura impiastricciata di colpo con la parte ancora pulita di me e quella pesantezza che trascina giù, come di un ferro metà fuori e metà dentro la pancia” (…)

Il contrasto estremo, ma molto efficace, tra l’apertura de La luce inversa e la carnalità dolorosa e spiazzante che lo pervade è solo un piccolo assaggio dell’abilità di Mota nel farsi veicolo di tre voci con caratteristiche ben riconoscibili, che si lasciano individuare in lettura senza fatica nonostante i continui cambi di focalizzazione, e che si intrecciano dando miracolosamente vita a un tessuto fluido e omogeneo. Tre persone che diventano tre vasi comunicanti, di forma differente ma capaci di raggiungere, insieme, un impensabile equilibrio.

“Chi ci ha portati qui non voleva che ci svegliassimo, ma che nel sonno io diventassi te e tu diventassi lei e lei ritornasse a me, esattamente come un fiume, un fiume, Martin, tu sai com’è fatto un fiume e cos’è nel profondo, l’incontro di acque nate da sorgenti diverse che però scorrono verso il mare durante i weekend estivi, tutte assieme, lo sai com’è fatto, tu che ricopi il paesaggio con la punta del dito e ne ricavi un disegno?”

Il tono morbido e quieto di Siddiq emana un’insensata volontà di perdono, resa ancora più assurda dalla presunzione del prete che lo ha molestato, convinto di capire la vera essenza di Dio. Vanessa guarda il suo corpo da fuori con distacco, come se non le appartenesse, e rivive lo stupro del patrigno come qualcosa che la riguarda marginalmente, o peggio, che lei stessa ha permesso. La furia che Martin pensa di nascondere efficacemente dietro un cinismo ostentato filtra da ogni spazio tra le sue parole cervellotiche: e se fosse la vendetta l’unico modo per superare gli abusi del nonno paterno?

Il percorso di guarigione di Martin, Vanessa e Siddiq si snoda in uno scenario simbolico, inframezzato da flashback di una crudezza insostenibile nella loro tremenda autenticità. Dapprima un caos primordiale, in cui i tre rinascono come onde animate dalla stessa energia; poi l’arrivo in una casa, un nido sicuro ma con una vena estranea e perturbante; infine, un treno, che aspetta che siano pronti a salire e intraprendere il vero viaggio. Prima dovranno re-incarnarsi nella propria infanzia, con l’immenso potere e la profonda debolezza di essere uni e trini: ri-conoscersi da nuove prospettive ed essere testimoni dei reciproci vissuti, ma anche casse di risonanza per i propri singoli dolori. 

Con uno stile tra poesia e fantascienza, degno di un Moresco in stato di grazia, La luce inversa getta, su un tema che sarebbe facilissimo rendere retorico e vacuo, una “non luce” che lo fa vivere e risplendere. Non si tratta di un’oscurità, ma di uno sguardo devastato e gentile, consapevole che “ogni cosa attorno a noi ha un assoluto bisogno di perdonarsi e di essere perdonata”.

 


Casa editrice: Wojtek
Collana: Orso Bruno
Pubblicato a: aprile 2025
N. pagine: 150

Sull’autore: Mota è nato a Moncalieri nel 1981. Nel 2002 si iscrive a una nota scuola di tecniche della narrazione, che abbandona due mesi prima del diploma. Vive in montagna dal 2006, ha svolto i più svariati mestieri e si è dedicato alla musica rap, sua seconda passione, con lo pseudonimo di Invernomuto. Nel frattempo non ha mai smesso di scrivere. La Luce Inversa è il suo primo romanzo pubblicato.