Che cos’è la normalità? È da questa domanda, apparentemente semplice, che Adèle Yon costruisce uno dei debutti più discussi in Francia, riscuotendo un notevole successo tra critica e lettori. Un’indagine che cerca di ripercorrere le vicende di una famiglia che si legano, inevitabilmente, alla storia della psichiatria del Novecento.

Tutto ha inizio con una e-mail: il prozio anziano di Adèle annuncia con minuzia burocratica il proprio suicidio, pianificato da quasi cinquant’anni. Da qui emergono silenzi, intrighi, mezze verità e omissioni, tutte a “protezione” del segreto più grande, quello che riguarda una donna il cui nome non viene pronunciato da nessuno in famiglia: la bisnonna Betsy, il cui vero nome è Elisabeth.

La cosa che mi appassionava era la comprensione del dolore. Riuscire a capire le traiettorie della vita, tentare di ricostruire tutto questo.

Adèle inizia un’indagine intensa e sfiancante che costituisce il ritmo narrativo dell’opera: archivi ospedalieri, lettere, testimonianze, interviste, e-mail e conversazioni difficili con una famiglia numerosa e reticente. Scopre che Betsy, negli anni Cinquanta, è stata internata contro la sua volontà, sottoposta a elettroshock, poi ha subito una lobotomia e, infine, ha trascorso diciassette anni in manicomio. Un’esistenza rimossa, una donna letteralmente cancellata: Betsy era la madre del prozio morto suicida.

La verità, però, affiora a poco a poco e nella sua ricerca Adèle scopre che Betsy non era affatto schizofrenica, non stava impazzendo come sostenevano familiari e cartelle cliniche. Era viva, brillante e con un carattere ribelle. Una donna che doveva essere frenata, controllata, una donna che non rispecchiava minimamente il canone del tempo e considerata ingestibile da un marito autoritario, ex militare e profondamente religioso.

Godo di perfetta salute mentale. I miei fratelli che sono qui non sospettano affatto dei turbamenti che assalgono la mia anima.

Betsy era intelligente, bella e intuitiva e ha pagato tutto questo con la libertà e la sua vita. Tradita dal marito e anche dal padre, figura ossessiva e destabilizzante che emerge a fine inchiesta.
Il libro è anche una precisa ricostruzione dei traumi e delle violenze subite da moltissime donne dell’epoca che hanno ricevuto lo stesso trattamento di Betsy: donne considerate non idonee alla società, persone scomode, difficili da controllare e, quindi, da curare attraverso la lobotomia affinché il loro “male” potesse essere estirpato; i risultati di queste pratiche erano raccapriccianti… al limite della tortura. Tuttavia, erano considerate indispensabili da una società patriarcale come quella del tempo.

L’ambizione dell’intervento non è quella di guarire una paziente, ma di renderla capace di vivere in una data collettività sociale, familiare o ospedaliera.

Yon ha condotto una ricerca dettagliata e l’ha trasformata in un libro ambizioso e coraggioso con una scrittura diretta, a tratti destabilizzante, che non perde mai di ritmo, sempre caratterizzata da un forte pathos. Il risultato, infatti, è perfettamente riuscito: Il mio nome è Elisabeth è destinato a restare e a far parlare ancora di sé. Una storia che interroga il passato ma che parla al presente e che dimostra come il concetto di normalità non sia altro che una decisione presa da una maggioranza a discapito di pochi individui più deboli e fragili.

 


Titolo: Il mio vero nome è Elisabeth / Mon vrai nom est Elisabeth
Autrice: Adèle Yon
Casa editrice: Neri Pozza/ Éditions du sous-sol
Traduzione: Sonia Folin
Pubblicato a: giugno 2026 / febbraio 2025
N. pagine: 384 / 392

Sull’autore: Adèle Yon, nata a Parigi nel 1994,  è laureata all’Ècole Normale in studi cinematografici, è ricercatrice, scrittrice, chef. Il mio vero nome è Elisabeth è il suo esordio letterario che ha suscitato il clamore della critica e conquistato il grande pubblico.